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1 Aprile 2006 by Marina Corradi Lascia un commento

LA VITA CHE SI MUOVE SOTTO LA VITTORIA DELLA MORTE

È intitolato”Al mattino, schierati”. È una tela a olio della pittrice Letizia Fornasieri. È un qua­dro dai colori spenti dell’inverno. Molto grande. È un angolo di giardino – lo si direbbe uno di quei giardini stretti di certe villette alla periferia di Milano – in una mattina forse di metà febbraio. Una decina di alberelli che paiono alberi da frutta, nel loro vaso in attesa d’essere trapiantati, se ne stanno allineati vicini, come un piccolo eser­cito. Sono esili, neri e spogli i rami sottili. Portano ancora appeso il cartellino che specifica la specie, e il frutto che ne verrà. Perché a guardarli certo non lo si potrebbe capire – così fragili, così scheletriti dall’inverno. Gli alberelli da vivaio disciplinatamente schierati nella mattina che s’immagina ancora molto fredda sono germogli, embrioni, promesse. Creature così da niente che si fatica a credere che metteranno radici, e foglie e fiori e frutti. Tuttavia, quel loro starsene lì diritti nell’aria ghiacciata di un febbraio mattina ha qualcosa, pure nell’apparire così inermi, di fiero. Come affermassero, pure magri, pure poveri e neri: noi germoglieremo, noi vivremo, noi daremo frutti.
Sotto ai vasi in fila c’è ancora la neve. La neve sporchiccia e giallastra di quando è nevica­to ormai da tanto, e l’aria fuligginosa della città ha corrotto la coltre originariamente candida. Ma quella vecchia neve mezza ghiacciata splende di una tenue luce giallina. È, esattamente, la luce di quelle mattine di metà febbraio a Milano in cui il sole, pure stentato, è già un po’ più alto nel cielo. Pallido, ma già annunciante un ritorno che la gente intabarrata per strada quasi non coglie ancora – quasi non osa, nell’aria ancora tagliente, sperare.
E tutto il quadro è come un’attesa. L’istante, individuato e fermato per sempre su una tela, in cui l’inverno, pure al culmine, cede. E mentre tutta l’esteriorità pare affermare ancora la vittoria del gelo e della morte, qualcosa – quella luce giallina, o anche solo l’ardimento dei piccoli alberi diritti – dice già, a chi lo vuole intendere, che le linfe cominciano a muoversi nei rami duri. Che ricomincia, la vita nuova. Per questo, crediamo, davanti a questo quadro può accadere di restare dieci minuti, zitti. Ti dice qualcosa che all’inizio non comprendi, eppure sai di conoscere bene. Continui a guardarlo. È un’attesa quel giardino d’inverno. È una domanda. È – capisci finalmente – una preghiera.

di Marina Corradi

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31 Marzo 2006 by Elena Pontiggia Lascia un commento

IL FASCINO DISCRETO DEL QUOTIDIANO
Letizia Fornasieri. Scorci di vita domestica coltivati in vivaio. A Milano

Letizia Fornasieri si è imposta, nel panorama delle ultime generazioni, come una delle protagoniste di una nuova pittura realista. Realismo è una parola impegnativa, che fa pensare a Guttuso e a Ladri di biciclette. Nel suo caso, però, significa semplicemente guardare la realtà, perché è più facile arrivare alla verità osservando molto e ragionando un po’, piuttosto che ragionando molto e osservando poco. Dunque dipingere, per lei, vuol dire guardarsi intorno. Anche per questo la sua pittura ha sempre soggetti diversi. Certo, la scena urbana ha rappresentato una vasta parte dei suoi interessi. Vivendo a Milano, ha dipinto spesso i tram arancioni che avanzano sferragliando, le macchine nel traffico, la gente in metropolitana. Ma non solo. Da qualche tempo, per esempio, ha scoperto un vivaio di piante e fiori in via De Amicis. Lì, grazie alla cortesia delle proprietarie della serra, una delle più antiche di Milano, ha dipinto queste ultime composizioni, che verranno ora esposte nella personale alla galleria Rubin. Quello che è singolare è la sua interpretazione di questi motivi. Non c’è niente di decorativo, nessun ornamento fine a se stesso. La luce è bianca, accecante, ma piante e fiori hanno qualcosa di faticoso: i vasi sono un po’ ammaccati, bulbi e foglie hanno un profilo angoloso, perfino la molle canna di gomma per innaffiare sembra storta e rigida. Le cose, in-somma, non sono belle in sé, ma diventano belle per lo splendore della luce. E forse è così per tutto ciò che vive. Che diventa bello per la presenza della luce. Staremmo per dire della Luce.

di Elena Pontiggia

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26 Febbraio 2004 by Viviana Daloiso Lascia un commento

Una Via Crucis nella città di oggi

Ponzio Pilato, in giacca e cravatta, giudica frettolosamente Gesù, senza nemmeno guardarlo negli occhi: non può farlo, perché guardare fino in fondo quell’uomo significherebbe dover rinunciare alla sua posizione, alla sua fetta di potere. I soldati romani si spartiscono le vesti del Cristo ai piedi della croce: uno di loro (dà le spalle all’osservatore) ha la casacca di una società sportiva, a righe rosse e bianche, simbolo della sua appartenenza a un gruppo, simbolo che si decide se appartenere a Gesù o meno. Da soli, non si è niente. E ancora, il Nazareno e i due ladroni stanno appesi allo stesso palo: la croce del Cristo regge tutte le morti, dà un senso a tutte le sofferenze. Scene tratte dalla Via Crucis della pittrice milanese Letizia Fornasieri, presentata ieri nella cappella dell’università Cattolica in concomitanza con l’inizio della quaresima.
Scene di vita cittadina, anche. Perché «per dipingere i fatti del Vangelo – ha dichiarato l’artista – dovevo poter ripercorrere le tappe della vita di Gesù, capirle. Quindi queste tappe dovevano essere qui, ora, la realtà doveva svelarle, farle nascere dentro se stessa e dar loro vita nuova». Così, alle spalle del Golgota, si innalzano verso il cielo i palazzi del quartiere Adriano (la tavola principale della Via Crucis è esposta nella chiesa di Gesù a Nazaret che si trova in fondo a via Padova), mentre accanto alle penose cadute del Cristo si consuma il rito quotidiano del traffico. E la Madonna ha il volto di un’amica della Fornasieri, Cristina, che qualche anno fa ha perso un figlio: «Risultava più facile, per me, immaginare il dolore di una madre privata di un affetto tanto grande pensando a lei», ha aggiunto la pittrice.
Maria, dipinta ai piedi della croce, guarda in alto, al volto di Gesù, mentre Egli le dice di prendere il piccolo Giovanni come suo figlio: «Si tratta di una richiesta irrealizzabile, pazzesca – ha commentato la Fornasieri -, eppure, tenendo lo sguardo fisso sul Cristo, Lei è in grado di accettarla, addirittura di realizzarla». Gesù infatti, secondo la pittrice, è la risposta che va oltre tutte le altre, non possiamo trovarla in noi stessi, non dipende dalla ragione. Una risposta che svela il Mistero, lasciando senza parole per raccontarlo.

di Viviana Daloiso

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2 Gennaio 2004 by Elena Pontiggia Lascia un commento

Fornasieri accende la città

A Torino è in corso al Centro Culturale Frassati in via Roma una mostra di Letizia Fornasieri (fino al 26 gennaio). La Fornasieri lavora da tempo a una narrazione della città contemporanea che si concentra su minimi fatti quotidiani. Le sue immagini, a prima vista disadorne, si illuminano di una luce particolare che le trasfigura. Un tram cigolante si accende di arancione come se fosse arroventato; l’angolo di una stanza in disordine risplende sotto la lampada; un cartoccio di frutti manda bagliori come se vi fossero incartati diamanti e non mele. Questa strana solarità nasce da una sicura intelligenza del colore. Ma anche dalla speranza che la vita non sia tutta lì, nello stinto grigio cittadino, nei tre locali di un condominio. C’è, in queste opere, una luce misteriosa, che viene da lontano. Realismo esistenziale, quello della Fornasieri? No, è un realismo metafisico. Sembra una contraddizione, ma non lo è.

di Elena Pontiggia

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31 Dicembre 2003 by Domenico Montalto Lascia un commento

Fornasieri, la pittura come grazia
di Domenico Montalto

C’è una presenza che si impone come necessaria, nei quadri di Letizia Fornasieri, pittrice milanese giunta indubbiamente alla maturità dei suoi esiti, da assegnare alla pleiade della migliore figurazione d’oggi. E la presenza imperiosa, necessitante appunto – ma quotidiana e persino domestica – della realtà; della vita; di quell’a priori che lo sguardo dell’artista – se reso limpido dalla grazia sa accogliere quale dono, quale hic et nunc in cui si realizza e compie la promessa non vana della felicità. Chi scrive conosce la Fornasieri e il suo lavoro da quasi vent’anni, pur non avendola mai frequentata. Ma chi ama l’arte sa che c’è una conoscenza che va aldilà delle parole e dei gesti, toccando direttamente il cuore, e che diviene perciò riconoscenza. Perché nella pittura, ed è il caso della Fornasieri, l’ordinarietà dei nostri giorni assume statuto di poesia, ovvero si riveste di canto e di purezza, come una sposa. Da tanti anni, fedele al riconoscimento di quel dono, di quella gratuità, Letizia «racconta» le apparenze più dimesse e comuni: l’intimità dello studio e della casa, la quiete degli oggetti in posa, lo scenario urbano di una Milano ingombra di tram e di automobili, le note sembianze di amici e familiari. Non per nulla, riconoscimento e riconoscenza condividono il medesimo etimo: la «cara beltà» della vita, nell’offrircisi ad ogni istante, ci urge – quasi nostro malgrado – a esser più generosi e buoni. Forse è questo l’amore cristiano, o la carità, di cui l’arte è buona ancella. Tutto ciò, nel dipingere della Fornasieri, si traduce in una spatolata intrisa di colore – mai troppo colore, solo quel che basta – e soprattutto di luce, come se la luce fosse consostanziale alle cose. Il critico Flavio Arensi, esercitando il magistero dell’intelligenza, scopre una realtà «composta di mistero e dedizione» nei dipinti recenti di quest’artista che per la serietà del suo lavoro ha senz’altro onorato Milano, come del resto confermano i fatti: nel 1995 ha vinto il premio di pittura “Dalla Zorza” indetto dalla storica galleria Ponte Rosso; ha riscosso l’interesse di scrittori come Luca Doninelli e Aurelio Picca; è stata apprezzata da Lawrence Rubin, mercante di caratura internazionale; una sua bellissima Via Crucis è stata scelta per decorare la nuova chiesa milanese di Gesù a Nazareth; infine, sue opere si trovano presso la galleria Barbara Behan” a Londra. Ora, la Regione Piemonte – anticipando la natìa Lombardia-rende omaggio a Letizia Fornasieri ospitandone una personale a Torino presso il circolo Piemonte Artistico Culturale (fino al 24 gennaio; tel. 011/8126601). Paesaggi necessari s’intitola opportunamente questo florilegio di olii su tavola (nella foto: «Albero»), una trentina di medio formato, tutti soggetti metropolitani sospesi fra sollievo e tormento. Perché necessità, anzi letizia, è la pittura per Letizia.

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1 Aprile 2003 by Antonio Spadaro Lascia un commento

Un tram che si chiama Palestina

Sfogliando il catalogo allestito con il contributo di una pittrice, di un poeta e due scrittori, si scopre una realtà quotidiana che rimanda di continuo al mistero. Davanti alle forme divelte di bus esplosi si finisce con il pensare di essere davanti a un sepolcro vuoto.

Autobus distrutti, sgangherati. Solo qualche foto, due o tre, che mostrano la cruda realtà dei pullman israeliani, carichi di gente, saltati per aria e poi tanti disegni che riproducono quelle immagini. Chi a Milano si fosse trovato nello scorso gennaio a visitare la Galleria Lawrence Rubin in via Marco De Marchi avrebbe visto quel che il catalogo – che ha per titolo il nome dell’artista Letizia Fornasieri (Firenze. Edizioni della Meridiana, 2002) – ci mostra sin dalla prima pagina. I disegni compongono l’installazione che porta il nome di Palestina. La didascalia riporta l’indicazione ‘tecnica mista su carta”. Eppure, guardando questi disegni non si riesce a percepire solo un senso di sgomento. Anzi, c’è in essi qualcosa di incredibilmente “pasquale”. L’occhio allora si posa sugli schizzi, uno dopo l’altro, e comincia a percepire che in quei bus esplosi c’è un movimento che va verso l’alto, espansivo e avvolgente. Quei pullman hanno un’ala, una vela issata (forse una portiera che, divelta, si proietta in alto), risorgono, ricordano il Signore piagato e risorto di tanta iconografia cristiana. La Fornasieri è riuscita a cogliere la risurrezione come un gesto che non nasconde, ma anzi svela la ferita, il dolore, e l’occhio non riesce a scindere piaga e ala. L’artista non ha meramente riprodotto le foto ritagliate dai giornali, ma esprime una visio che solo la fede e uno sguardo intenso sembrano permettere. Ma ecco apparire la chiave: sulla parete dell’installazione realizzata per la mostra milanese appare anche una riproduzione della Deposizione di Rosso Fiorentino. Quei bus rappresentano una forma di deposizione. L’ala che avevamo colto nella portiera dilaniata è il braccio di Cristo e il tetto esploso è la pietra del sepolcro. Nella parete opposta a Palestina appaiono quadri che rappresentano tram arancione. Li vediamo in varie pagine del catalogo. Come si fa a “guardare” un tram? L’occhio abituato al paesaggio urbano vede il tram, ma non lo “guarda”. Il traffico non sembra presentare immagini su cui posare l’occhio, se non fuggevolmente. Non c’è nulla da vedere in un grigio paesaggio urbano Eppure l’occhio della Fornasieri, fedele a questo paesaggio con un’attitudine simbiotica, coglie il mistero proprio nel più ordinario fluire del caos urbano. Scrive con candore l’artista: «Non avevo mai pensato di poter dipingere un’auto, un tram: ma quando la pittura chiama, non ci si può negare».

La Milano di Testori

Sfogliando il catalogo è possibile intendere come una forte vena ispirativa della Fornasieri sia proprio la vita urbana, spiritualmente milanese, essenzialmente colorata di giallo-arancio e grigio. E così ammiriamo Autobus, Filovia con Stazione centrale, Filovia, Tram, ma soprattutto l’olio su tavola Traffico, che rappresenta un tram che domina e solca un mare grigio di macchine e palazzi. Ha ragione Luca Beatrice, curatore della mostra, a scrivere che a Milano «il grigio non è un colore sordo ma la risultanza della fusione di gamme cromatiche infinite». È il grigio di Città grigia o di Grattacielo Pirelli, ad esempio. È questo il colore della Milano della Bovisa e di Giovanni Testori, del traffico e dello struscio di via Montenapoleone. Il tram arancione che solca questo traffico grigio è, montalianamente, come un croco giallo che risplende, perduto in mezzo a un polveroso prato. Il tram arancio ha il fascino tremendo del miracolo, che mai si dà come pienamente comprensibile e ovvio: da qui le linee sghembe, le prospettive scorciate, i punti di vista dal basso o da dietro o di lato, da cui i tram (e, in genere, gli oggetti) sono inquadrati. E una visione mistica, che ha nell’incarnazione la sua chiave più radicale. La quotidianità è carica di una “presenza” di cui il tram è figura. Risplendendo, esso (ma verrebbe da dire “Egli”) si incunea e avanza, spaccando il mare ghiacciato con una gloria che sprizza dal deserto e in esso affonda. Il deserto non e di polvere, sia ben chiaro: è composto di masse imponenti contro le quali l’unico contatto può essere l’urto, non la contemplazione quieta.
È il terremoto della morte e lo sfolgorio della vita invitta. Il tram giallo-arancio, che si staglia tra masse grigie con la sua aureola raggiante di fili elettrici sul capo, diviene immagine, di una concretezza disarmante quanto efficace, della risurrezione. Commenta lo scrittore Aurelio Picca dalle pagine del catalogo con una nota critica impaginata in forma di versi liberi: «Sembra che la luce dei suoi quadri, Letizia Fornasieri la prenda da un Novecento / che amiamo. Il Novecento degli albori: la luce di quell’alba che cadeva sugli oggetti / e te li faceva toccare. / Una luce materica per cose e spazi fisici. / Una luce contraria agli avanguardismi, alle esplosioni irreali di luce, / alle Migrazioni della materia che non fanno più rintracciare il colore. / La luce, lo spazio, il colore, nei dipinti di Letizia Fornasieri, sono tangibili / come i materiali in una bottega di un artigiano».
È proprio grazie a questa luce, che potremmo definire “materiale”, che cade il velo, cioè l’ombra della morte, e sbiadisce ogni luminosità artificiale (o avanguardistica, che dir si voglia). Non stupisce di vedere in un precedente catalogo un quadro in cui la gloria della risurrezione viene “gridata” al mondo, e in maniera deflagrante, da un gruppo di dodici semafori accesi. Essi appaiono raggruppati come altoparlanti colorati di giallo e rosso, ormai colori della natura divina, non più dello stop ai percorsi urbani.

Nature morte in attesa di salvezza

Proseguendo tra le pagine del catalogo appaiono tante “cose”. Il termine “natura morta” potrebbe essere in questo caso nobilmente sostituito dalle parole “cose”, “realtà”, “oggetti”. Qui, proprio nella viva materialità della natura, della realtà, dell’oggettività, troviamo il nocciolo duro dell’ispirazione della Fornasieri. ll catalogo contiene un discreto e fedele commento poetico di Umberto Fiori: «Il cielo rimane cielo, / il ginocchio ginocchio. / Si espongono a questa lingua, / a questi occhi, ci parlano, / ci splendono, le cose. / Sono fedeli. /Sarà mai pari alla loro / la nostra fedeltà? /Sapremo ricambiare, / significarle?». Le cose splendono, sono esposte, ci parlano, sono “fedeli” a noi. Il poeta, nato nel 1949, ha fatto parte degli “Stormy Six”, gruppo storico del rock italiano, e ha spesso collaborato all’opera di musicisti e fotografi. Il suo stile va alla ricerca dei risvolti di senso della realtà che passa inosservata, specialmente di quella urbana. Con la Fornasieri egli condivide la tensione a rispondere all’appello della realtà in un dialogo intenso che porti a rappresentarle. Il sodalizio tra una pittrice, un poeta (Fiori) e narratori (Aurelio Picca e Luca Doninelli) in questo catalogo fa ricordare fa ricordare le parole della scrittrice Flannery O’Connor, che constatava come molti scrittori di sua conoscenza dipingevano perché questo li aiutava a scrivere «Li costringe a osservare le cose».
In una pagina grigia del catalogo sono fotografati due post-it scritti di pugno dalla pittrice. Leggiamo: «Si attende la salvezza da un Altro, cioè dalla realtà». Che cosa significa in termini figurativi e stilistici? Che l’arte è rappresentazione, tende cioè a presentare un oggetto, non un sentimento o un’astrazione. Non si dà colore senza forma, che è come dire, almeno in questo caso, che non si dà pura immagine senza contorno, limite, tangibilità, concretezza. I quadri della Fornasieri sono materici, corposi, anzi: hanno un corpo. Le “cose” diventano “corpi”. Il colore è denso, aggrumato: le cose prendono forma attraverso il colore e il colore si incarna sempre in una forma.
Ecco il testo dell’altro post-it: «Non ci sono colori che non appartengono a una forma, cioè a una ragione più grande. Anche le cose della vita devono appartenere a una ragione». L’appello al realismo non è affatto esteriore. Non si deve confondere quest’atteggiamento con una sorta di naturalismo, che sarebbe un vicolo cieco. Nel naturalismo puro e semplice, l’arte registrerebbe soltanto la vita. La prospettiva della Fornasieri, invece, colloca il particolare e il dettaglio come connaturali alla sua opera, che è selettiva e punta non tanto a fare la fotografia del reale, ma al mistero della nostra posizione sulla terra. Il quadro non è una replica anastatica del mondo. Il realismo è orientato in direzione del mistero. Da questa “eccentricità” emerge anche la dimensione simbolica del dettaglio realistico. Quindi per guardare i quadri della Fornasieri occorre per citare la O ‘Connor, essere disposti ad approfondire il senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero». Scrive la stessa pittrice: «Il mistero o è reperibile tra le cose oppure io non lo posso incontrare; infatti anche i tubetti sul tavolo cercano questo significato e si aggirano, curiosi, attorno a una diapositiva, segno di questo Senso ultimo abbandonata tra le cose». Accanto alla riproduzione del quadro Corridoio (esiste in una casa parte meno rappresentabile di quel “non-luogo” per eccellenza che è il corridoio?) la Fornasieri scrive: «La pittura, come la vita,/ è rimanere colpiti / sorpresi da ciò che c’è».

Una corporeità che risorge

Nel catalogo poesia e pittura si fondono e si salutano e l’artista non usa i versi per vezzo, ma per dare peso (e dunque corpo) alle parole. Qui ella è come se ci dicesse che la pittura deve avere la stessa qualità della vita e la qualità della vita è la sorpresa del reale, che chiede all’artista un confronto con ciò che lo circonda, nel quale deve spendersi totalmente: «Gli oggetti / parlano / e io li ascolto. / Prestando / orecchio, / cuore e mente». La sua testimonianza personale è ancora più netta: «Ho cominciato a dipingere le cose: cose che vedevo nella mia casa, oggetti sparsi sui tavoli, sedie, finestre, porte. Perché queste mele sul tavolo? Perché quella sedia? Perché i tubetti abbandonati sul tavolo? Perché io sono qui, ora? Il guardare le cose diventava una domanda alla realtà, perché svelasse il senso di sé e il significato di me tra le cose. La realtà chiama e io rispondo concedendomi a una cosa che c’è […]. Così l’io scopre di essere solo se risponde a chi lo chiama: l’io è rapporto con altro da sé». Guardandosi attorno, la Fornasieri scopre anche la realtà del corpo. Così si esprime in una sorta di diario: «Nell’ottobre 2001 mentre mi trovavo in una sala d’attesa, a un tratto, mi colpirono le mani, ferme, delle persone che aspettavano il proprio turno […]. Quel momento segna l’inizio del mio più recente lavoro, costituito da figure, persone, colte nell’istante dello svolgimento di un’azione, la più “banale”, la più quotidiana». È la maestà del quotidiano e del taglio più ordinario del corpo che colpisce l’immaginario dell’artista, che sente le persone “entrare” nel quadro. Il corpo di adolescenti nella dinamica di un gioco o quello di persone appese o, meglio, “crocifisse” ai sostegni delle carrozze del metrò, sempre e comunque «”grida” la propria domanda di esistere e di esistere con una ragione. Tutte le azioni, dal leggere il giornale, al portare la borsa della spesa, chiedono un perché, che la persona spesso non sa, non riesce a custodire nella giornata e nella vita», scrive la pittrice. Quindi la corporeità (e le azioni che essa esprime) si fa portatrice di una misteriosa e inconsapevole domanda, che forme colorate cercano di imprimere nella tela. Il carattere di fotografia istantanea è esplicitato dai titoli di queste tele: Ore 8.30. Ore 10.30, Ore 11.00, Ore 12.15. Ore 16.00. Nessuna parola didascalica: solo la registrazione dell’istante dello “scatto”. In Ore 10.30 vediamo inquadrate di sbieco le gambe di due persone molto vicine. Domina il blu in tutte le sue sfumature su cui si staglia, quasi al bordo del quadro, una stanga gialla. Tutto qui. Dove sono queste figure? Solo la stanga gialla ci può far pensare a un metrò. E chi sono queste figure? Amici? Le scarpe sembrano toccarsi. Amanti? Persone che attendono di scendere alla loro fermata e che stanno l’una accanto all’altra senza neanche vedersi? Tutto è possibile. La domanda e il mistero sulla loro identità e la loro relazione restano tali. Forse solo la parola della poesia di Fiori ci lascia una traccia di significato: «Il giallo di una stanga / le scarpe basse. / le otto, le dieci e trenta, / non è vero che passano».

La sofferenza di Annetta

Ma colpiscono in maniera particolare alcune tele che raffigurano Annetta. una ragazza che, lasciando intuire una sofferenza psichica, comunica un rapporto col mondo e le cose talmente forte e diretta da spiazzare ed emozionare chi guarda. Annetta che stringe una palla rossa – un vero e proprio -“mondo”, interpreta Fiori – sembra vivere un’estasi di felice candore che pare dia alla stessa palla sostegno e sicurezza e comunica allo spettatore un senso di ritmo e di pienezza. Così la tela Le mani di Annetta, in cui sono inquadrate le mani della ragazza che fanno ruotare una ciotola che appare fatta di puro ritmo e colore. Qui la forma è il ritmo stesso che la fa girare nelle mani di Annetta. Si potrebbe dire che essa non esisterebbe se non fosse un gioco nelle sue mani. È tutta qui la gloria e la risurrezione di un corpo segnato dal dolore: in un ritmo danzante e irrefrenabile delle mani che custodisce il mondo e lo tocca facendolo girare come una scodella rossa. Il catalogo che abbiamo presentato è un itinerario artistico tra le immagini della Fornasieri, lette dalla poesia di Umberto Fiori e dalle riflessioni. a volte anch’esse in versi. d G scrittori Aurelio Picca e Luca Doninelli, ma anche della stessa pittrice, che prova con sobrietà a dire il senso del suo gesto artistico. Ne viene un percorso coerente, espresso molto bene da parole pronunziate altrove da Fiori: «La poesia nasce dal mondo, cioè nasce da una fedeltà al mondo: non dall’idea di artisticizzare il mondo ma dall’idea che il mondo è lì, e che è talmente bello che bisognerebbe riuscire a dirlo proprio così com’è». Un mondo che ha in sé i segni della piaga, ma anche l’ala della risurrezione.

di Antonio Spadaro

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2 Gennaio 2003 by Alessandro Riva Lascia un commento

Presenze e angeli metropolitani

Un tempo, Letizia Fomasieri dipingeva soprattutto gli oggetti e le stanze della propria casa. La sua era una pittura intimista, che sembrava ricercare nella semplicità degli oggetti quotidiani – un portapenne appoggiato sul tavolo, una lampada, mazzi di fiori – o in qualche scorcio di palazzo o di cielo intravisti attraverso la finestra del suo terrazzo uno scorcio di verità, quasi un simbolo di quella ricerca del senso del reale che da sempre è al centro del pensiero filosofico e religioso. “Avevo appena finito l’accademia”, ricorda la pittrice, “quando cominciai a percorrere casa mia per ritrarne ogni oggetto. Cercavo, mi sono resa conto in seguito, la ragione della loro esistenza, e dunque, indirettamente, anche della mia. Solo dopo qualche anno ho iniziato a dipingere pure ciò che vedevo all’esterno: i palazzi, le macchine, i tram”. Col tempo, Letizia sembra essersi sempre più staccata da quell’intimismo un po’ claustrofobico, per continuare, con maggiore libertà nella scelta dei soggetti, la stessa ricerca attraverso le mille sfaccettature del reale: si tratti di un tram che si fa largo nel traffico in una qualsiasi via di Milano o di un gruppo di ragazzini che giocano a pallone in un campetto improvvisato, o delle mani di un vecchio intento a leggere il giornale sulla banchina del metrò.

La scuola lombarda. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta la Fornasieri è stata una delle protagoniste – benché leggermente più appartata rispetto ad altri come Frangi, Velasco e gli artisti che giravano attorno all’Officina milanese – della rinascita pittorica avvenuta nel capoluogo della Lombardia: i suoi interni, le sue nature morte, i suoi scorci di vie facevano spesso capolino nelle collettive della nuova scena pittorica lombarda. E profondamente radicata sul territorio della sua Milano, dov’è nata e cresciuta, è a tutt’oggi la sua pittura. Le strade che si vedono nei quadri sono quelle di Milano, così come lo sono, al di là di ogni dubbio, le persone che si ritrovano, come strani angeli metropolitani, immersi nel caos di una carrozza del metrò o in attesa su una banchina. “Un giorno”, racconta l’artista, “trovandomi in una sala d’aspetto, mi sono messa a guardare con interesse le mani, le posizioni assunte, i gesti delle persone che stavano sedute intorno a me. Da quel momento, ho cominciato a far caso ai gesti involontari della gente che incontravo: un paio di mani incrociate, un braccio che porta una borsa della spesa, il movimento ritmico di un gruppo di ragazzini mentre giocano a pallone. Ho capito che non solo nell’intelletto, come siamo sempre abituati a pensare, ma anche nei gesti più banali, si rivela l’identità di una persona”.

Le mani di Annetta. Dagli oggetti di casa ai gesti dei passanti, e da questi a quelli dei suoi familiari: in particolare, l’attenzione di Letizia si è concentrata ultimamente sui gesti compiuti dalla sorella minore, Annetta, rimasta in uno stato mentale seminfantile a causa di una malattia congenita. “Guardavo un gesto che conosco bene: quello, ripetuto da Annetta in maniera ossessiva, di far ruotare un piatto su un tavolo. E mi sono accorta della strana similitudine con i movimenti che i più grandi pianisti eseguono sulla tastiera del pianoforte. L’ho trovato affascinante e misterioso”. Un mistero che la pittura, se non può svelare, può cercare almeno di porre in evidenza.

di Alessandro Riva

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27 Dicembre 2002 by Luciana Baldrighi Lascia un commento

FORNASIERI, FRAMMENTI DI CITTÀ

Un libro e una mostra di Letizia Fornasieri per affrontare ancora una volta attraverso il linguaggio della pittura il tema dell’arredo urbano milanese e della continua metamorfosi del vivere sociale in una realtà che si distingue per la gran corsa contro il tempo. Sono venti anni che l’artista dipinge contemplando il mondo chiusa in una stanza. Dopo ore trascorse lungo viali, davanti a monumenti, camminando tra la gente comune, con l’aiuto della fotografia, rafforza la sua memoria lasciandola libera dell’interpretare la realtà circostante.
Nel libro che accompagna la mostra allestita nella Galleria Rubin di via Marco de Marchi l (chiusura l febbraio 2003, curato da Luca Beatrice dal titolo «Dentro, fuori, lontano» (Edizioni della Meridiana, 20 Euro), l’autrice sostiene che «la pittura è un linguaggio lento, da affrontare con tempi dilatati che si distinguono dal quotidiano; una tecnica che matura senza eccessiva fretta ma che, prima o poi, può giungere a traguardi notevoli». Una considerazione che sottolinea la filosofia della Fornasieri espressa così bene nella sua pittura che raffigura il più delle volte la frenesia di una metropoli moderna abbandonata a se stessa e contemporaneamente pone l’accento sulla personalità dell’artista che ha bisogno di spazi chiusi, tranquilli e intimi per creare le sue opere.
La modernità della pittura di Letizia Fornasieri non sta solamente nel soggetto o nel tema affrontato sulla tela, poiché esiste anche un modo individuale di leggere i suoi lavori in base alla propria sensibilità e percezione della realtà. In “Girasole», del 1984, una delle prime tavole della Fornasieri la semplicità di un elemento naturale veniva sovrapposta da un’applicazione tecnica e coloristica che colpisce lo sguardo dello spettatore.
La personalità dell’artista con lucido senso della realtà e trasporto poetico trasferisce il proprio luogo privato, la casa, lo studio sulle vie e le piazze della città e viceversa. Un esempio recente è l’attenzione dedicata alla Bovisa, a Montenapoleone, due luoghi in antitesi che rendono il senso della precarietà e dell’incertezza dell’esistenza umana. Aree distinte: da un lato il lavoro, i quartieri periferici e dall’altro le luci sfavillanti dei negozi della moda che hanno sfrattato le botteghe artigiane.
In «Autobus che curva» del 2002, ma anche in «Tramino» di un anno prima, si possono cogliere frammenti di vita quotidiana, quel che più di rilevante passa dalla mente. E’ a Milano che è nata Letizia Fornasieri. Qui è cresciuta e qui ogni giorno si confronta con i suoi cambiamenti. Nelle fotografie come nei dipinti che osserviamo sul libro dedicato alla sua opera, l’artista ci vuole fare partecipi degli errori e dell’incuria delle amministrazioni che si susseguono: strisce pedonali scomparse, cavalletti e lavori abbandonati, tombini pericolanti. L’artista osserva e non giudica. Nelle sue tele variopinte, di grande e medio formato si diverte a coniugare arte e cultura perché è convinta che insieme dovrebbero misurare il grado di civiltà di un popolo.

di Luciana Baldrighi

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15 Maggio 2002 by Elena Pontiggia Lascia un commento

UN GESTO NELLA SOFFERENZA E NELLA GRAZIA

A Milano presso la galleria Rubin, la mostra di Letizia Fornasieri. Nei suoi quadri storie di vita metropolitana ambientate in paesaggi disadorni. Ma sempre è possibile rintracciare le tracce di un’inaspettata speranza
La mia amica Letizia Fornasieri mi ha portato un po’ di foto del suo studio, dove si vedono le sue opere più recenti: quelle ispirate agli attentati in Medio Oriente, agli autobus che saltano in aria per il tritolo dei kamikaze. Alcune saranno esposte in dicembre a Milano, presso la Galleria Rubin, in una personale dell’artista a cura di Luca Beatrice.
Le foto gliele ho chieste io. Sono appena stata nel suo studio, ma per scrivere questo articolo volevo avere ancora qualche immagine davanti agli occhi. Il fatto è che i quadri non li si guarda mai abbastanza. I quadri ne sanno di più degli artisti, figuriamoci se non ne sanno di più dei critici. Le foto che Letizia mi ha procurato sono molte. «Non so se ti serviranno, non sono un granché», mi scrive nel biglietto che le accompagna. Eccome, se mi servono. In una si vede un pastello dove c’è un autobus ridotto a un grumo tumefatto di neri e biacche. Con quelle linee che non stanno più insieme e le lamiere che si squadernano, sembra composto di pesanti cancellature, più che di segni.
Sulla parete del suo studio, vicino al pastello, è appeso un ritaglio di giornale con l’istantanea della tragedia, la corriera sventrata. Lo paragono all’opera di Letizia: non c’è che dire, è più vera del giornale, ha più significato. Del resto gli artisti fanno proprio questo: non riproducono quello che vedono, ma vedono quello che noi non avevamo visto.
Ma non è finita. Sulla parete dove ci sono il pastello e il ritaglio c’è anche una riproduzione del Rosso Fiorentino, la Deposizione di Volterra: Cristo morto calato dalla croce, con quell’incredibile groviglio di persone che si agitano e si affannano a tenerLo in braccio, perché non cada. Letizia ha tracciato sulla fotografia una freccia che va dal Rosso al ritaglio di giornale e ha scritto che la corriera «sembra una Deposizione» .
C’è tutta Letizia in questo commento: il suo sguardo partecipe, pieno di compassione, ma anche di tensione visionaria. È lo sguardo di chi è stato educato a capire che Cristo c’entra con tutta la nostra vita quotidiana. Dov’era Dio – si è chiesto qualcuno – quando è crollata la scuola di San Giuliano di Puglia? Ma come dov’era? Era li, fra i bambini di sei anni, sotto le macerie.
La corriera che esplode sotto le bombe di un attentato è il simbolo della violenza che ci contraddistingue tutti (a proposito: il fatto di rappresentare gli attentati contro Israele non è per Letizia Fornasieri una scelta di parte. Non c’è nelle sue opere – sembra ovvio dirlo, ma non si sa mai – una divisione del mondo in buoni e cattivi, in carnefici sempre colpevoli e in vittime sempre innocenti, cui ci ha abituati una certa storiografia manichea. C’è semmai la constatazione del dolore, della morte, del male che ci accomuna e da cui nessuno può chiamarsi fuori). Eppure, proprio lì dove dovrebbe esserci solo disperazione, troviamo le tracce di un’inaspettata speranza. Non per niente da quelle lamiere scardinate e accartocciate sembra spuntare una grande ala che si alza nel cielo. Come se il tetto della corriera diventasse improvvisamente leggero, capace di volare come una stella filante. Come un angelo.
È ancora una storia di sofferenza e di grazia, quella che Letizia ci racconta. Le sue sono storie metropolitane, ambientate nei paesaggi urbani più disadorni. Ma sono anche storie piene di fede. Cioè di fiducia nel fatto che c’è qualcosa di più grande dell’uomo e del male che sa generare.

di Elena Pontiggia

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29 Giugno 2001 by Piero Lotito Lascia un commento

In una nuova chiesa lo choc d’una bellissima Via Crucis

Bisogna che il Comune si prepari: presto potrebbe essere indotto a sistemare in quel di Crescenzago un cartello con l’indicazione della chiesa dì Gesù a Nazaret, nel quartiere Adriano. Qui è stata collocata nei giorni scorsi una Via Crucis di tale forza espressiva e di tale impianto e coraggio d’idea, da presentarsi come sicura, futura attrazione artistica. Una Via Crucis dove il percorso del Calvario è quello dello stesso quartiere, con le sue case, ì suoi scorci, le sue automobili e la sua atmosfera di vecchia periferia metropolitana, e dove i centurioni sono giocatori di basket e i giudici del Processo i pelosi magistrati di oggi e la folla quella stressata e riconoscibilissima delle nostre strade quotidiane. Un pugno allo stomaco, ma assestato con tale bontà pittorica da poter essere accolto come un toccasana, con gratitudine.
Tutto questo in quel quartiere Adriano tante volte ritenuto poco sicuro. In quest’angolo estremo di Milano, invece, negli ultimi tempi si sono concentrati numerosi, rassicuranti segnali. Primo fra tutti, questa singolare scelta del parroco di Gesù a Nazaret, don Egidio Villani (nella foto a destra), di affidare alla pittrice milanese Letizia Fornasieri il compito di pensare a una Via Crucis per la nuova chiesa, dopo 8 anni di esilio nella piccola San Mamete e in una vicina cascina, “stalla-cattedrale”.
E la Fornasieri, consegnando l’opera, così – semplicemente – ha spiegato ai parrocchiani di Gesù a Nazaret:
«Volevo che i fatti della Passione fossero attuali, accadessero oggi, nel vostro quartiere, nelle vostre case». Il quartiere e le sue case ora sono lì, sui 7 pannelli (uno, grandissimo, ad ante apribili «come un giornale, dove oggi troviamo i fatti») di questa Via Crucis che è, piuttosto, una riflessione sulla Passione. Ma nelle immagini sono anche rintracciabili i volti delle persone «con cui viviamo quotidianamente». Una scelta, questa, nella quale ha sempre creduto anche Enzo Liberti, grande artista “totale” del sacro, che vive e lavora a Seveso. Di sconvolgente impatto, nell’opera della Fornasieri, proprio il grande pannello (3 metri per 6), raffigurante la Crocifissione e anche, nelle ante mobili, la divisione delle vesti e la Deposizione. Come impressionante è il quadro di “Gesù cade sotto la Croce”, dove il legno abbracciato dal sofferente con amore, contro lo “scandaloso” sfondo di un’automobile. Il Comune si prepari. Sarà bene accolto da don Egidio (ieri il 44° di sacerdozio) e dai suoi parrocchiani fra cui la signora Bianca Bezza (nella foto sopra), «entusiasta dell’arte», alla quale si deve anche questa nostra felice scoperta.

di Piero Lotito

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