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1 Settembre 2011 by Elena Pontiggia Lascia un commento

LETIZIA FORNASIERI E LA SUA FATICOSA REALTÀ RICCA DI SPERANZA

Siamo tutti così impegnati a vivere, che non abbiamo tempo per osservare la vita. Per fortuna lo fanno per noi alcuni artisti (pochi, per la verità) e Letizia Fornasieri è tra questi.
C’è una nuova felicità, un sottile lirismo, in alcune delle sue ultime opere.
E’ come se Letizia avesse alleggerito la sintassi che governava le sue composizioni e avesse lasciato forme e immagini più libere nello spazio. Una differenza profonda, in effetti, separa la cascata di foglie della Vigna rossa, che sembra un volo di quadrati posati sulla tela come tessere di mosaico, dalla Filovia, che procede lenta, ammaccata, tra una foresta di macchine ugualmente ammaccate e un po’ ostili.
In termini stilistici dovremmo dire che al realismo influenzato da Braque subentra una libertà segnica che dialoga con l’informale, per esempio di De Staël (Il mio amico Jackson era il titolo di un quadro di qualche anno fa dedicato a Pollock). Ma l’arte è una cosa troppo importante per lasciarla ai critici d’arte. E allora preferiamo dire, con parole forse più generiche ma meno di gergo, che in certe opere si avverte un sentimento inaspettato di volatilità, di leggerezza.
E’ la natura che suggerisce a Letizia questa effusività, questo allentarsi di legami e rigidezze? No, non è così. Basta osservare L’agave che si protende dura e legnosa a cercare un po’ di luce, per capire che qui il problema non è la città o la campagna. Non c’è, nei quadri di Letizia, una visione ingenuamente irenica di fiori e piante. Letizia sa bene che, come dice san Paolo, anche la natura ha bisogno di redenzione.
Non è nemmeno la distanza cronologica, però, che separa i due quadri, perché La vigna e Milano. La filovia sono tutti e due di quest’anno. Piuttosto anche qui, per citare l’Ecclesiaste, c’è un tempus tacendi e un tempus loquendi: c’è il tempo della sofferenza e quello del sollievo, c’è il giorno feriale e quello della festa.
In questo ciclo di opere, insomma, Letizia Fornasieri ha voluto narrare la vita nella sua complessità: l’automobile rappresa nel traffico e il Girasole siriano sciolto nella luce, la foglia dura e tagliente e il tralcio mosso dal vento, la ragazza che si aggiusta in qualche modo nella babele della casa e il giardino che si dispone ordinato dietro un sipario di fiori.
In una delle opere più intense, Margherita e la lavatrice, per esempio, una donna (la madre, da poco scomparsa) è accanto appunto a una lavatrice. A prima vista il quadro sembra un frammento di vita domestica, ma l’oblò, che in quegli elettrodomestici è sempre rotondo, qui è un poligono maldestro e mal fatto, con i lati che non stanno insieme. E la donna non sta infilando i panni nella lavatrice, e neanche li sta togliendo, tanto meno con quella felicità commossa che nelle pubblicità hanno tutte le facitrici di bucati davanti alla visione beatifica della biancheria lavata. Al contrario, qui la donna è rannicchiata di fianco alla macchina, in una posa inconsueta e quasi inspiegabile.
Il fatto è che Letizia coglie (con partecipazione, compassione, dolore) tutta la fatica del vivere. Non è l’oblò che è storto, ma la nostra esistenza, che non è rotonda nemmeno quando tutto funziona. Se non altro, perché è un’esistenza breve. E non è la posizione di Margherita che è scomoda, ma la nostra: la nostra condizione esistenziale, così precaria a dispetto dell’odierna mitologia del benessere che vorrebbe rimuovere la presenza del negativo.
Eppure questo realismo (realismo dello stile, ma anche realismo della visione del mondo) convive nelle opere di Letizia con una straordinaria speranza. Sì, perché la lavatrice ha una sua candida bellezza e, pur storta com’è, è un simbolo di lavacro, di pulizia; il tram illumina la strada col suo colore d’arancia e, pur lento com’è, è un segno di movimento, di vita. Allora anche nei cassetti sbilenchi e disassati di un mobile, che sembra reduce da un furto con scasso, si possono vedere “altre cose” (Margherita vedeva altre cose, 2011). E per questo la Vigna (che poi non è una vegetazione qualsiasi, ma quella scelta da Cristo come metafora del suo regno) splende nel suo oro rosso come una fiamma.
Di fatica e speranza, insomma, parlano questi quadri, come parlano di pesantezza e levità, di artrite deformante e felicità della forma. Così Letizia Fornasieri prosegue paziente, pagina dopo pagina, le sue Cronache della vita di tutti i giorni. E si candida con coerenza a diventare, nell’ambito del realismo contemporaneo, una delle voci più convincenti.

di Elena Pontiggia

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1 Settembre 2009 by Elena Pontiggia Lascia un commento

CHI HA RUBATO IL PAESAGGIO? I «PAESAGGISTI»
ADDIO MONTI E MARINE. PER GLI ARTISTI SONO SOLTANTO UNA PROIEZIONE DELLE NOSTRE ANGOSCE

E pensare che il Novecento si era aperto con una dichiarazione di guerra contro il paesaggio. Boccioni e i futuristi non ne potevano più di tramonti sul lago e di albe negli alpeggi e proclamavano: «Finiamola con i Laghettisti, coi Montagnisti!». Il paesaggio, insomma, sembrava un genere irrimediabilmente vecchio, ottocentesco. Nasce infatti sullo scorcio del nuovo secolo il «paesaggio urbano», che ha come soggetto la città. Pochi anni dopo, però, gli artisti tornano a dipingere i temi naturali. Già, ma come li interpretano?
Facciamo un passo indietro. Il paesaggio, nella tradizione pittorica occidentale, è prevalentemente legato a una nozione di quiete. L’interesse per la furia della natura e lo scatenarsi degli elementi (preceduto dalla tempesta del Giorgione, dove comunque si vede solo un lampo) si sviluppa col romanticismo e rimane minoritario nelle scelte iconografiche. Nell’arte del ‘900, invece, la natura diventa luogo d’ansia e tensione: dai paesaggi inquieti di De Pisis a quelli agitati di Osvaldo Licini. Anche se non mancano naturalmente le eccezioni. Da dove nasce questa nuova prospettiva, che nell’800 non c’era (se non in certi esiti soprattutto tardo-romantici, impostati sulla lotta per la sopravvivenza o sull’eroismo dell’uomo che si scontra con gli elementi)? Deriva forse da una sensibilità, per così dire, ambientalista? Senza nulla togliere alla doverosa preoccupazione per quello che una volta si chiamava «il creato», le cose non sono così semplici.
Prendiamo, per esempio, un’artista come Letizia Fornasieri, considerata uno dei maggiori pittori realisti della sua generazione, e i cui quadri esposti a Mantova sono emblematici di uno stato d’animo oggi diffuso. Tra i suoi dipinti troviamo paesaggi urbani ingombri di traffico, dove anche il cielo non ha più un centimetro libero, tanto è percorso da fili della luce, cavi elettrici, segnaletiche invasive. Poi, però, il suo sguardo si sposta su un frutteto, su una serra, su una betulla e ci aspetteremmo che si rasserenasse di fronte allo spettacolo della natura. Non è così. I fiori, è vero, sono bellissimi, e sono belle anche le piante di limoni o le distese di neve. Ma quel senso di disagio doloroso che sentivamo davanti ai paesaggi urbani non muta. Il fatto è che la fatica e il dolore fanno parte della vita. E l’artista ce lo ricorda, con discrezione, senza farci sognare inesistenti paradisi terrestri. Il paesaggio, allora, diventa una meditazione esistenziale. Ed esprime il nostro disagio, sia pure aprendosi a un’intensa speranza metafisica.
Se confrontiamo le vedute di Letizia Fornasieri con quelle ottocentesche o degli inizi del Novecento (e ce ne offrono un’occasione le due ottime rassegne di Barletta e di Monza, incentrate su questo tema, oltre alla sala dei paesaggi, recentemente riaperta alla Pinacoteca di Brera) la differenza è evidente. Campi, marine, fresche e dolci acque di De Nittis o Mariani appaiono immersi in un’altra pace. Possono tingersi di malinconia, di nostalgia, ma restano fondamentalmente più sereni di quelli del secolo successivo.
Per quale motivo? Forse perché la natura, allora, era meno aggredita e in pericolo di quanto non sia oggi? Non vorremmo passare per insensibili, ma temiamo che la risposta sia diversa. Se nell’Ottocento la natura era ancora «l’altro da sé», come dicevano i filosofi, oggi il paesaggio è un’immagine dell’io. E i problemi dell’io, cioè i nostri, sono profondi, complessi, spesso inguaribili. E purtroppo non c’è intervento esterno che possa sanarli.

di Elena Pontiggia

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31 Marzo 2006 by Elena Pontiggia Lascia un commento

IL FASCINO DISCRETO DEL QUOTIDIANO
Letizia Fornasieri. Scorci di vita domestica coltivati in vivaio. A Milano

Letizia Fornasieri si è imposta, nel panorama delle ultime generazioni, come una delle protagoniste di una nuova pittura realista. Realismo è una parola impegnativa, che fa pensare a Guttuso e a Ladri di biciclette. Nel suo caso, però, significa semplicemente guardare la realtà, perché è più facile arrivare alla verità osservando molto e ragionando un po’, piuttosto che ragionando molto e osservando poco. Dunque dipingere, per lei, vuol dire guardarsi intorno. Anche per questo la sua pittura ha sempre soggetti diversi. Certo, la scena urbana ha rappresentato una vasta parte dei suoi interessi. Vivendo a Milano, ha dipinto spesso i tram arancioni che avanzano sferragliando, le macchine nel traffico, la gente in metropolitana. Ma non solo. Da qualche tempo, per esempio, ha scoperto un vivaio di piante e fiori in via De Amicis. Lì, grazie alla cortesia delle proprietarie della serra, una delle più antiche di Milano, ha dipinto queste ultime composizioni, che verranno ora esposte nella personale alla galleria Rubin. Quello che è singolare è la sua interpretazione di questi motivi. Non c’è niente di decorativo, nessun ornamento fine a se stesso. La luce è bianca, accecante, ma piante e fiori hanno qualcosa di faticoso: i vasi sono un po’ ammaccati, bulbi e foglie hanno un profilo angoloso, perfino la molle canna di gomma per innaffiare sembra storta e rigida. Le cose, in-somma, non sono belle in sé, ma diventano belle per lo splendore della luce. E forse è così per tutto ciò che vive. Che diventa bello per la presenza della luce. Staremmo per dire della Luce.

di Elena Pontiggia

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2 Gennaio 2004 by Elena Pontiggia Lascia un commento

Fornasieri accende la città

A Torino è in corso al Centro Culturale Frassati in via Roma una mostra di Letizia Fornasieri (fino al 26 gennaio). La Fornasieri lavora da tempo a una narrazione della città contemporanea che si concentra su minimi fatti quotidiani. Le sue immagini, a prima vista disadorne, si illuminano di una luce particolare che le trasfigura. Un tram cigolante si accende di arancione come se fosse arroventato; l’angolo di una stanza in disordine risplende sotto la lampada; un cartoccio di frutti manda bagliori come se vi fossero incartati diamanti e non mele. Questa strana solarità nasce da una sicura intelligenza del colore. Ma anche dalla speranza che la vita non sia tutta lì, nello stinto grigio cittadino, nei tre locali di un condominio. C’è, in queste opere, una luce misteriosa, che viene da lontano. Realismo esistenziale, quello della Fornasieri? No, è un realismo metafisico. Sembra una contraddizione, ma non lo è.

di Elena Pontiggia

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15 Maggio 2002 by Elena Pontiggia Lascia un commento

UN GESTO NELLA SOFFERENZA E NELLA GRAZIA

A Milano presso la galleria Rubin, la mostra di Letizia Fornasieri. Nei suoi quadri storie di vita metropolitana ambientate in paesaggi disadorni. Ma sempre è possibile rintracciare le tracce di un’inaspettata speranza
La mia amica Letizia Fornasieri mi ha portato un po’ di foto del suo studio, dove si vedono le sue opere più recenti: quelle ispirate agli attentati in Medio Oriente, agli autobus che saltano in aria per il tritolo dei kamikaze. Alcune saranno esposte in dicembre a Milano, presso la Galleria Rubin, in una personale dell’artista a cura di Luca Beatrice.
Le foto gliele ho chieste io. Sono appena stata nel suo studio, ma per scrivere questo articolo volevo avere ancora qualche immagine davanti agli occhi. Il fatto è che i quadri non li si guarda mai abbastanza. I quadri ne sanno di più degli artisti, figuriamoci se non ne sanno di più dei critici. Le foto che Letizia mi ha procurato sono molte. «Non so se ti serviranno, non sono un granché», mi scrive nel biglietto che le accompagna. Eccome, se mi servono. In una si vede un pastello dove c’è un autobus ridotto a un grumo tumefatto di neri e biacche. Con quelle linee che non stanno più insieme e le lamiere che si squadernano, sembra composto di pesanti cancellature, più che di segni.
Sulla parete del suo studio, vicino al pastello, è appeso un ritaglio di giornale con l’istantanea della tragedia, la corriera sventrata. Lo paragono all’opera di Letizia: non c’è che dire, è più vera del giornale, ha più significato. Del resto gli artisti fanno proprio questo: non riproducono quello che vedono, ma vedono quello che noi non avevamo visto.
Ma non è finita. Sulla parete dove ci sono il pastello e il ritaglio c’è anche una riproduzione del Rosso Fiorentino, la Deposizione di Volterra: Cristo morto calato dalla croce, con quell’incredibile groviglio di persone che si agitano e si affannano a tenerLo in braccio, perché non cada. Letizia ha tracciato sulla fotografia una freccia che va dal Rosso al ritaglio di giornale e ha scritto che la corriera «sembra una Deposizione» .
C’è tutta Letizia in questo commento: il suo sguardo partecipe, pieno di compassione, ma anche di tensione visionaria. È lo sguardo di chi è stato educato a capire che Cristo c’entra con tutta la nostra vita quotidiana. Dov’era Dio – si è chiesto qualcuno – quando è crollata la scuola di San Giuliano di Puglia? Ma come dov’era? Era li, fra i bambini di sei anni, sotto le macerie.
La corriera che esplode sotto le bombe di un attentato è il simbolo della violenza che ci contraddistingue tutti (a proposito: il fatto di rappresentare gli attentati contro Israele non è per Letizia Fornasieri una scelta di parte. Non c’è nelle sue opere – sembra ovvio dirlo, ma non si sa mai – una divisione del mondo in buoni e cattivi, in carnefici sempre colpevoli e in vittime sempre innocenti, cui ci ha abituati una certa storiografia manichea. C’è semmai la constatazione del dolore, della morte, del male che ci accomuna e da cui nessuno può chiamarsi fuori). Eppure, proprio lì dove dovrebbe esserci solo disperazione, troviamo le tracce di un’inaspettata speranza. Non per niente da quelle lamiere scardinate e accartocciate sembra spuntare una grande ala che si alza nel cielo. Come se il tetto della corriera diventasse improvvisamente leggero, capace di volare come una stella filante. Come un angelo.
È ancora una storia di sofferenza e di grazia, quella che Letizia ci racconta. Le sue sono storie metropolitane, ambientate nei paesaggi urbani più disadorni. Ma sono anche storie piene di fede. Cioè di fiducia nel fatto che c’è qualcosa di più grande dell’uomo e del male che sa generare.

di Elena Pontiggia

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1 Gennaio 2001 by Elena Pontiggia Lascia un commento

IL SEMAFORO DIVENTA METAFISICO
FORNASIERI DIPINGE LA REALTÀ-IRREALTÀ CITTADINA

Diceva Robert Adams che un artista ha un solo mezzo per descrivere un mondo migliore: guardare il mondo che ha davanti. Adams si riferiva alla fotografia, ma la riflessione è valida anche per gran parte della pittura. Lo conferma, ad esempio, la mostra di Letizia Fomasieri, aperta fino al 27 gennaio a Milano da Lawrence Rubin (presentazione di Rossana Bossaglia).
L’opera dell’artista milanese appartiene alla famiglia del realismo espressionista, anzi si radica (cosa piuttosto rara oggi) nel solco del realismo esistenziale, oltre che nella figurazione degli anni Ottanta. I suoi dipinti, però, non cercano nella realtà quello che si vede. Cercano soprattutto quello che non si vede. Così le sue opere ci mostrano frutti e piante grasse, strade e tram, oggetti d’uso comune e dettagli senza storia. Ma muovono dall’idea che quei frutti e quei tram, come tutte le cose, siano l’apparenza (o l’apparizione) di un mistero più vasto di cui ci sfuggono i confini, impegnati come siamo a usarle, quelle cose, senza avere il tempo di pensarci.
Quando Letizia dipinge le vie congestionate dal traffico, o i semafori affastellati come mostruosi mazzi di fiori, non ha in mente una denuncia sociale. Quello che vuole raccontarci, invece, è una quotidiana carica di presenze, di rimandi, insomma una dimensione metafisica. La sua figurazione storta, angolosa, ammaccata ci ricorda che la vita è faticosa anche per noi, uomini del cyberspazio e della new economy.
La volumetria non lascia dubbi sul fatto che ogni cosa abbia un peso e sia un peso. Le sue angolature pericolanti, le sue prospettive concitate ci fanno urtare, più che contemplare, i soggetti che dipinge. Ma poi ci sono i suoi colori, accesi e teneri, a insegnarci che, per trovare la luce (in tutti i sensi) non occorre andare lontano. Anche un tram in ritardo, che avanza a colpi di clacson e di improperi tra i catorci delle macchine, può squarciare il velo grigio dell’esistenza, cittadina, anzi dell’esistenza.

di Elena Pontiggia

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