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1 Aprile 2003 by Antonio Spadaro Lascia un commento

Un tram che si chiama Palestina

Sfogliando il catalogo allestito con il contributo di una pittrice, di un poeta e due scrittori, si scopre una realtà quotidiana che rimanda di continuo al mistero. Davanti alle forme divelte di bus esplosi si finisce con il pensare di essere davanti a un sepolcro vuoto.

Autobus distrutti, sgangherati. Solo qualche foto, due o tre, che mostrano la cruda realtà dei pullman israeliani, carichi di gente, saltati per aria e poi tanti disegni che riproducono quelle immagini. Chi a Milano si fosse trovato nello scorso gennaio a visitare la Galleria Lawrence Rubin in via Marco De Marchi avrebbe visto quel che il catalogo – che ha per titolo il nome dell’artista Letizia Fornasieri (Firenze. Edizioni della Meridiana, 2002) – ci mostra sin dalla prima pagina. I disegni compongono l’installazione che porta il nome di Palestina. La didascalia riporta l’indicazione ‘tecnica mista su carta”. Eppure, guardando questi disegni non si riesce a percepire solo un senso di sgomento. Anzi, c’è in essi qualcosa di incredibilmente “pasquale”. L’occhio allora si posa sugli schizzi, uno dopo l’altro, e comincia a percepire che in quei bus esplosi c’è un movimento che va verso l’alto, espansivo e avvolgente. Quei pullman hanno un’ala, una vela issata (forse una portiera che, divelta, si proietta in alto), risorgono, ricordano il Signore piagato e risorto di tanta iconografia cristiana. La Fornasieri è riuscita a cogliere la risurrezione come un gesto che non nasconde, ma anzi svela la ferita, il dolore, e l’occhio non riesce a scindere piaga e ala. L’artista non ha meramente riprodotto le foto ritagliate dai giornali, ma esprime una visio che solo la fede e uno sguardo intenso sembrano permettere. Ma ecco apparire la chiave: sulla parete dell’installazione realizzata per la mostra milanese appare anche una riproduzione della Deposizione di Rosso Fiorentino. Quei bus rappresentano una forma di deposizione. L’ala che avevamo colto nella portiera dilaniata è il braccio di Cristo e il tetto esploso è la pietra del sepolcro. Nella parete opposta a Palestina appaiono quadri che rappresentano tram arancione. Li vediamo in varie pagine del catalogo. Come si fa a “guardare” un tram? L’occhio abituato al paesaggio urbano vede il tram, ma non lo “guarda”. Il traffico non sembra presentare immagini su cui posare l’occhio, se non fuggevolmente. Non c’è nulla da vedere in un grigio paesaggio urbano Eppure l’occhio della Fornasieri, fedele a questo paesaggio con un’attitudine simbiotica, coglie il mistero proprio nel più ordinario fluire del caos urbano. Scrive con candore l’artista: «Non avevo mai pensato di poter dipingere un’auto, un tram: ma quando la pittura chiama, non ci si può negare».

La Milano di Testori

Sfogliando il catalogo è possibile intendere come una forte vena ispirativa della Fornasieri sia proprio la vita urbana, spiritualmente milanese, essenzialmente colorata di giallo-arancio e grigio. E così ammiriamo Autobus, Filovia con Stazione centrale, Filovia, Tram, ma soprattutto l’olio su tavola Traffico, che rappresenta un tram che domina e solca un mare grigio di macchine e palazzi. Ha ragione Luca Beatrice, curatore della mostra, a scrivere che a Milano «il grigio non è un colore sordo ma la risultanza della fusione di gamme cromatiche infinite». È il grigio di Città grigia o di Grattacielo Pirelli, ad esempio. È questo il colore della Milano della Bovisa e di Giovanni Testori, del traffico e dello struscio di via Montenapoleone. Il tram arancione che solca questo traffico grigio è, montalianamente, come un croco giallo che risplende, perduto in mezzo a un polveroso prato. Il tram arancio ha il fascino tremendo del miracolo, che mai si dà come pienamente comprensibile e ovvio: da qui le linee sghembe, le prospettive scorciate, i punti di vista dal basso o da dietro o di lato, da cui i tram (e, in genere, gli oggetti) sono inquadrati. E una visione mistica, che ha nell’incarnazione la sua chiave più radicale. La quotidianità è carica di una “presenza” di cui il tram è figura. Risplendendo, esso (ma verrebbe da dire “Egli”) si incunea e avanza, spaccando il mare ghiacciato con una gloria che sprizza dal deserto e in esso affonda. Il deserto non e di polvere, sia ben chiaro: è composto di masse imponenti contro le quali l’unico contatto può essere l’urto, non la contemplazione quieta.
È il terremoto della morte e lo sfolgorio della vita invitta. Il tram giallo-arancio, che si staglia tra masse grigie con la sua aureola raggiante di fili elettrici sul capo, diviene immagine, di una concretezza disarmante quanto efficace, della risurrezione. Commenta lo scrittore Aurelio Picca dalle pagine del catalogo con una nota critica impaginata in forma di versi liberi: «Sembra che la luce dei suoi quadri, Letizia Fornasieri la prenda da un Novecento / che amiamo. Il Novecento degli albori: la luce di quell’alba che cadeva sugli oggetti / e te li faceva toccare. / Una luce materica per cose e spazi fisici. / Una luce contraria agli avanguardismi, alle esplosioni irreali di luce, / alle Migrazioni della materia che non fanno più rintracciare il colore. / La luce, lo spazio, il colore, nei dipinti di Letizia Fornasieri, sono tangibili / come i materiali in una bottega di un artigiano».
È proprio grazie a questa luce, che potremmo definire “materiale”, che cade il velo, cioè l’ombra della morte, e sbiadisce ogni luminosità artificiale (o avanguardistica, che dir si voglia). Non stupisce di vedere in un precedente catalogo un quadro in cui la gloria della risurrezione viene “gridata” al mondo, e in maniera deflagrante, da un gruppo di dodici semafori accesi. Essi appaiono raggruppati come altoparlanti colorati di giallo e rosso, ormai colori della natura divina, non più dello stop ai percorsi urbani.

Nature morte in attesa di salvezza

Proseguendo tra le pagine del catalogo appaiono tante “cose”. Il termine “natura morta” potrebbe essere in questo caso nobilmente sostituito dalle parole “cose”, “realtà”, “oggetti”. Qui, proprio nella viva materialità della natura, della realtà, dell’oggettività, troviamo il nocciolo duro dell’ispirazione della Fornasieri. ll catalogo contiene un discreto e fedele commento poetico di Umberto Fiori: «Il cielo rimane cielo, / il ginocchio ginocchio. / Si espongono a questa lingua, / a questi occhi, ci parlano, / ci splendono, le cose. / Sono fedeli. /Sarà mai pari alla loro / la nostra fedeltà? /Sapremo ricambiare, / significarle?». Le cose splendono, sono esposte, ci parlano, sono “fedeli” a noi. Il poeta, nato nel 1949, ha fatto parte degli “Stormy Six”, gruppo storico del rock italiano, e ha spesso collaborato all’opera di musicisti e fotografi. Il suo stile va alla ricerca dei risvolti di senso della realtà che passa inosservata, specialmente di quella urbana. Con la Fornasieri egli condivide la tensione a rispondere all’appello della realtà in un dialogo intenso che porti a rappresentarle. Il sodalizio tra una pittrice, un poeta (Fiori) e narratori (Aurelio Picca e Luca Doninelli) in questo catalogo fa ricordare fa ricordare le parole della scrittrice Flannery O’Connor, che constatava come molti scrittori di sua conoscenza dipingevano perché questo li aiutava a scrivere «Li costringe a osservare le cose».
In una pagina grigia del catalogo sono fotografati due post-it scritti di pugno dalla pittrice. Leggiamo: «Si attende la salvezza da un Altro, cioè dalla realtà». Che cosa significa in termini figurativi e stilistici? Che l’arte è rappresentazione, tende cioè a presentare un oggetto, non un sentimento o un’astrazione. Non si dà colore senza forma, che è come dire, almeno in questo caso, che non si dà pura immagine senza contorno, limite, tangibilità, concretezza. I quadri della Fornasieri sono materici, corposi, anzi: hanno un corpo. Le “cose” diventano “corpi”. Il colore è denso, aggrumato: le cose prendono forma attraverso il colore e il colore si incarna sempre in una forma.
Ecco il testo dell’altro post-it: «Non ci sono colori che non appartengono a una forma, cioè a una ragione più grande. Anche le cose della vita devono appartenere a una ragione». L’appello al realismo non è affatto esteriore. Non si deve confondere quest’atteggiamento con una sorta di naturalismo, che sarebbe un vicolo cieco. Nel naturalismo puro e semplice, l’arte registrerebbe soltanto la vita. La prospettiva della Fornasieri, invece, colloca il particolare e il dettaglio come connaturali alla sua opera, che è selettiva e punta non tanto a fare la fotografia del reale, ma al mistero della nostra posizione sulla terra. Il quadro non è una replica anastatica del mondo. Il realismo è orientato in direzione del mistero. Da questa “eccentricità” emerge anche la dimensione simbolica del dettaglio realistico. Quindi per guardare i quadri della Fornasieri occorre per citare la O ‘Connor, essere disposti ad approfondire il senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero». Scrive la stessa pittrice: «Il mistero o è reperibile tra le cose oppure io non lo posso incontrare; infatti anche i tubetti sul tavolo cercano questo significato e si aggirano, curiosi, attorno a una diapositiva, segno di questo Senso ultimo abbandonata tra le cose». Accanto alla riproduzione del quadro Corridoio (esiste in una casa parte meno rappresentabile di quel “non-luogo” per eccellenza che è il corridoio?) la Fornasieri scrive: «La pittura, come la vita,/ è rimanere colpiti / sorpresi da ciò che c’è».

Una corporeità che risorge

Nel catalogo poesia e pittura si fondono e si salutano e l’artista non usa i versi per vezzo, ma per dare peso (e dunque corpo) alle parole. Qui ella è come se ci dicesse che la pittura deve avere la stessa qualità della vita e la qualità della vita è la sorpresa del reale, che chiede all’artista un confronto con ciò che lo circonda, nel quale deve spendersi totalmente: «Gli oggetti / parlano / e io li ascolto. / Prestando / orecchio, / cuore e mente». La sua testimonianza personale è ancora più netta: «Ho cominciato a dipingere le cose: cose che vedevo nella mia casa, oggetti sparsi sui tavoli, sedie, finestre, porte. Perché queste mele sul tavolo? Perché quella sedia? Perché i tubetti abbandonati sul tavolo? Perché io sono qui, ora? Il guardare le cose diventava una domanda alla realtà, perché svelasse il senso di sé e il significato di me tra le cose. La realtà chiama e io rispondo concedendomi a una cosa che c’è […]. Così l’io scopre di essere solo se risponde a chi lo chiama: l’io è rapporto con altro da sé». Guardandosi attorno, la Fornasieri scopre anche la realtà del corpo. Così si esprime in una sorta di diario: «Nell’ottobre 2001 mentre mi trovavo in una sala d’attesa, a un tratto, mi colpirono le mani, ferme, delle persone che aspettavano il proprio turno […]. Quel momento segna l’inizio del mio più recente lavoro, costituito da figure, persone, colte nell’istante dello svolgimento di un’azione, la più “banale”, la più quotidiana». È la maestà del quotidiano e del taglio più ordinario del corpo che colpisce l’immaginario dell’artista, che sente le persone “entrare” nel quadro. Il corpo di adolescenti nella dinamica di un gioco o quello di persone appese o, meglio, “crocifisse” ai sostegni delle carrozze del metrò, sempre e comunque «”grida” la propria domanda di esistere e di esistere con una ragione. Tutte le azioni, dal leggere il giornale, al portare la borsa della spesa, chiedono un perché, che la persona spesso non sa, non riesce a custodire nella giornata e nella vita», scrive la pittrice. Quindi la corporeità (e le azioni che essa esprime) si fa portatrice di una misteriosa e inconsapevole domanda, che forme colorate cercano di imprimere nella tela. Il carattere di fotografia istantanea è esplicitato dai titoli di queste tele: Ore 8.30. Ore 10.30, Ore 11.00, Ore 12.15. Ore 16.00. Nessuna parola didascalica: solo la registrazione dell’istante dello “scatto”. In Ore 10.30 vediamo inquadrate di sbieco le gambe di due persone molto vicine. Domina il blu in tutte le sue sfumature su cui si staglia, quasi al bordo del quadro, una stanga gialla. Tutto qui. Dove sono queste figure? Solo la stanga gialla ci può far pensare a un metrò. E chi sono queste figure? Amici? Le scarpe sembrano toccarsi. Amanti? Persone che attendono di scendere alla loro fermata e che stanno l’una accanto all’altra senza neanche vedersi? Tutto è possibile. La domanda e il mistero sulla loro identità e la loro relazione restano tali. Forse solo la parola della poesia di Fiori ci lascia una traccia di significato: «Il giallo di una stanga / le scarpe basse. / le otto, le dieci e trenta, / non è vero che passano».

La sofferenza di Annetta

Ma colpiscono in maniera particolare alcune tele che raffigurano Annetta. una ragazza che, lasciando intuire una sofferenza psichica, comunica un rapporto col mondo e le cose talmente forte e diretta da spiazzare ed emozionare chi guarda. Annetta che stringe una palla rossa – un vero e proprio -“mondo”, interpreta Fiori – sembra vivere un’estasi di felice candore che pare dia alla stessa palla sostegno e sicurezza e comunica allo spettatore un senso di ritmo e di pienezza. Così la tela Le mani di Annetta, in cui sono inquadrate le mani della ragazza che fanno ruotare una ciotola che appare fatta di puro ritmo e colore. Qui la forma è il ritmo stesso che la fa girare nelle mani di Annetta. Si potrebbe dire che essa non esisterebbe se non fosse un gioco nelle sue mani. È tutta qui la gloria e la risurrezione di un corpo segnato dal dolore: in un ritmo danzante e irrefrenabile delle mani che custodisce il mondo e lo tocca facendolo girare come una scodella rossa. Il catalogo che abbiamo presentato è un itinerario artistico tra le immagini della Fornasieri, lette dalla poesia di Umberto Fiori e dalle riflessioni. a volte anch’esse in versi. d G scrittori Aurelio Picca e Luca Doninelli, ma anche della stessa pittrice, che prova con sobrietà a dire il senso del suo gesto artistico. Ne viene un percorso coerente, espresso molto bene da parole pronunziate altrove da Fiori: «La poesia nasce dal mondo, cioè nasce da una fedeltà al mondo: non dall’idea di artisticizzare il mondo ma dall’idea che il mondo è lì, e che è talmente bello che bisognerebbe riuscire a dirlo proprio così com’è». Un mondo che ha in sé i segni della piaga, ma anche l’ala della risurrezione.

di Antonio Spadaro

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