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12 Giugno 2001 by Carlo Franza Lascia un commento

I PAESAGGI METROPOLITANI DELLA MILANO DEL DUEMILA

Non era mai capitato a nessuna pittrice del secondo dopoguerra l’acquisto immediato di 13 grandi opere, frutto del lavoro più recente. È quanto è successo alla pittrice milanese (classe 1955) Letizia Fornasieri che ha trovato in Jimmy Rubin il mercante giusto che le ha organizzato una prestigiosissima mostra nella sua galleria, la “Lawrence Rubin” gemella di quella newyorkese di cui in America si parla molto dopo l’esposizione del promettente Frangi. La mostra, aperta da qualche giorno e visitabile fino al 27 gennaio in via De Marchi al numero 1, lascia intendere come finalmente il mercato dell’arte inizi a interessarsi della giovane arte italiana, cui la Fornasieri pare proprio ascriversi a grandi lettere. Che vuole ancora significare come ci siano giovani artisti che esprimono nella loro arte l’ansia del proprio tempo, e dunque scrivono con colori il mondo che li circonda, il loro quotidiano.
Per la verità questa giovane pittrice s’era già fatta notare nel lontano 1981, appena uscita dall’Accademia di Brera, partecipando al famoso Premio San Fedele, nella cui galleria aveva poi tenuto la sua prima mostra nel 1987. Schiva di carattere, appartata e mai facile da avvicinare, ha dedicato, come tutt’oggi fa, ore intere della sua giornata sia nel piccolo studio di casa in via Vallazze, che nel loft più grande di via Teodosio, a dipingere la realtà della vita; nello spessore più vero e più caldo dell’esistere, attingendo a quel banale che spesse volte a noi sfugge proprio perché sempre sotto gli occhi.
Due per la verità i filoni cui la Fornasieri ha indirizzato la sua pittura, anzitutto il tema degli oggetti domestici, quotidiani, quelle cose che già Guido Gozzano, poeta d’inizio secolo, chiamava come di «pessimo gusto». Ecco dunque cipollotti, piante grasse, tazze, il dentifricio, una serie infinita di fiori, come i ciclamini, e ancora sedie con melograni, pesche, e tutto ciò che le capita a tiro, con persino i suoi tubetti di colore. È vero da sempre che dipingere sul serio vuoi dire, parafrasando il poeta tedesco Rilke, che occorre prestare orecchio, cuore e mente. E la stessa pittrice a sussurrarcelo, mentre guarda gli oggetti che ha intorno.
Ma c’è anche un altro filone a nostra avviso molto più interessante ed è quello legato ai soggetti metropolitani, al paesaggio urbano e a quanto in esso vive. Ecco le zoomate sui taxi gialli e bianchi, sui grovigli di fili che intersecano e tagliano il cielo, sui semafori, sui tram, sulle filovie, sui pali gialli e su quelli aranciati delle fermate cittadine, sulle parti di città ingrigite, tutto un mondo cittadino, pulsante e vivo; ripreso a grandi pennellate, tirate in lungo e in largo, decise e forti. Questi soggetti metropolitani hanno poi la forza di essere rappresentati scenograficamente in modo come mai s’era visto da qualche tempo, con prospettive sfuggenti e oblique. Finalmente Milano si racconta pittoricamente all’alba del nuovo millennio, aprendo il cuore ai colori e al segno.

di Carlo Franza

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18 Gennaio 2001 by Luciana Baldrighi Lascia un commento

PICCOLE REALTA’ METROPOLITANE

Milanese, schiva, tenace, Letizia Fornasieri espone alla Galleria Lawrence Rubin di via Marco de Marchi 1, tredici grandi opere dedicate alla città di Milano. Soggetti metropolitani dalle prospettive sfuggenti a partire dai tram coloratissimi emblema della nostra metropoli che purtroppo verranno sostituiti dai nuovi mezzi su rotaie che hanno ben poco di caratteristico, veri e propri treni per dimensioni e lunghezza, fino a taxi, semafori, grovigli di cavi.
La mostra, aperta fino al 27 gennaio, è accompagnata da un catalogo curato da Rossana Bossaglia dal quale è possibile comprendere il significato di questi soggetti quotidiani; soggetti che nel percorso visivo acquistano dignità e importanza non solo per il colore generoso con il quale l’artista li ritrae, ma anche per la ricerca del vero che la Fornasieri intraprese ancora quand’era studentessa all’Accademia di Brera.
L’artista (classe 1955), vincitrice del Premio Carlo Dalla Zorza promosso dalla Galleria Ponte Rosso, si dedica ogni giorno nel suo studio di via Teodosio con gli occhi di una ragazzina, agli angoli più pulsanti della vita cittadina con ampie pennellate decise per sottolineare come la frenetica vita moderna sia di per sé una realtà da non sottovalutare, viva e dominante. Dominante al punto che a volte ci impedisce persino di fermarci a pensare o a guardare il cielo. Il disordine cittadino è visto con occhi da cronista attenta e allo stesso tempo con una poesia fuori dal comune per un’artista abituata a concepire lo spazio solo come prospettive sfuggenti e oblique. Persino nelle opere «domestiche», nature morte, veri e propri angoli di vita familiare, la Foranasieri ingrandisce ed evidenzia forme e colori, in maniera tale che gli oggetti sembra che parlino e persino ascoltino. Soggetti metropolitani e grappoli di inflorescenze emergono con l’entusiasmo per la realtà, bella o brutta che sia. “A casa c’è sempre stata molta attenzione per tutti gli aspetti della cultura, della storia, della filosofia. Mio padre insegnava matematica, mio fratello è pianista. Dalla mamma abbiamo imparato ad osservare la realtà più minuta e questo mi è rimasto nel sangue. Non dipingo per competere con la realtà o per fissarla, ma per confrontarmi con essa. E’ un modo che serve anche a conoscere meglio me stessa”
Prestando orecchio, cuore e mente alla città, Letizia Fornasieri si concede il lusso intelligente di esprimere il senso delle cose con un’analisi acuta e ironica. I tesori nascosti che ci rivela possono sembrare insoliti e allo stesso tempo familiari. Segreti che ci permettono di comprendere il senso delle cose. Affreschi metropolitani che raccontano il trionfo della routine: “vedo quindi sono”. Questo è il fascino discreto del nostro quotidiano.

di Luciana Baldrighi

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1 Gennaio 2001 by Elena Pontiggia Lascia un commento

IL SEMAFORO DIVENTA METAFISICO
FORNASIERI DIPINGE LA REALTÀ-IRREALTÀ CITTADINA

Diceva Robert Adams che un artista ha un solo mezzo per descrivere un mondo migliore: guardare il mondo che ha davanti. Adams si riferiva alla fotografia, ma la riflessione è valida anche per gran parte della pittura. Lo conferma, ad esempio, la mostra di Letizia Fomasieri, aperta fino al 27 gennaio a Milano da Lawrence Rubin (presentazione di Rossana Bossaglia).
L’opera dell’artista milanese appartiene alla famiglia del realismo espressionista, anzi si radica (cosa piuttosto rara oggi) nel solco del realismo esistenziale, oltre che nella figurazione degli anni Ottanta. I suoi dipinti, però, non cercano nella realtà quello che si vede. Cercano soprattutto quello che non si vede. Così le sue opere ci mostrano frutti e piante grasse, strade e tram, oggetti d’uso comune e dettagli senza storia. Ma muovono dall’idea che quei frutti e quei tram, come tutte le cose, siano l’apparenza (o l’apparizione) di un mistero più vasto di cui ci sfuggono i confini, impegnati come siamo a usarle, quelle cose, senza avere il tempo di pensarci.
Quando Letizia dipinge le vie congestionate dal traffico, o i semafori affastellati come mostruosi mazzi di fiori, non ha in mente una denuncia sociale. Quello che vuole raccontarci, invece, è una quotidiana carica di presenze, di rimandi, insomma una dimensione metafisica. La sua figurazione storta, angolosa, ammaccata ci ricorda che la vita è faticosa anche per noi, uomini del cyberspazio e della new economy.
La volumetria non lascia dubbi sul fatto che ogni cosa abbia un peso e sia un peso. Le sue angolature pericolanti, le sue prospettive concitate ci fanno urtare, più che contemplare, i soggetti che dipinge. Ma poi ci sono i suoi colori, accesi e teneri, a insegnarci che, per trovare la luce (in tutti i sensi) non occorre andare lontano. Anche un tram in ritardo, che avanza a colpi di clacson e di improperi tra i catorci delle macchine, può squarciare il velo grigio dell’esistenza, cittadina, anzi dell’esistenza.

di Elena Pontiggia

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1 Dicembre 2000 by Massimo Camisasca Lascia un commento

Torniamo alle cose

Nel capoluogo lombardo, un’esposizione di quadri di Letizia Fornasieri. Squarci metropolitani e oggetti quotidiani. Il compito dell’arte? Fare recuperare uno sguardo originale sulla realtà

Ci sono pittori che hanno messo al centro della loro attenzione la figura umana: è questo un frutto della risoluzione portata nell’arte dall’Evento dell’Incarnazione. Altri artisti, invece, si sono fatti espressione della natura, della sua grandezza, delle sue luci e delle sue voragini. Altri ancora hanno cantato le cose, nella loro infinita gamma di significati in rapporto alla vita. Anche in questo caso l’occhio che guarda e sente è sempre l’occhio dell’uomo. Anche quando non c’è, quando non appare sulla tela o sull’intonaco, è a lui e da lui che tutto nasce e si orienta. Quest’ultimo pensiero si è rivelato, infine, dominante guardando e lasciandomi penetrare dalle tele di Letizia Fornasieri.

Senza eliminare nulla
Se dovessi perciò pensare un titolo riassuntivo, il più semplice possibile, per il complesso delle opere della sua ultima fase di maturazione (quello documentato dalla mostra in corso a Milano), lo esprimerei così: le cose e l’uomo. L’arte, infatti, ha un compito primario: aiutare l’uomo a uscire dall’abitudine, dallo scontato, dal già visto, cercare di far recuperare alla persona quello sguardo spalancato e ingenuo che ella aveva quando è uscita dalle mani del Creatore. Ma senza cancellare il peso della vita, senza eliminare il sangue, la lotta, le ombre che l’avviluppano e la condizionano. Uno sguardo positivo dentro la battaglia di ogni giorno. Questo mi sembra lo spirito di Letizia Fornasieri e dei suoi quadri, uno sguardo che ci apre a dimensioni non ancora esplorate nella compagnia delle cose all’uomo.
È sorprendente come anche nel campo della pittura sembrerebbe impossibile dire qualcosa di nuovo, di veramente originale. Questo è il dono del vero artista, quando raggiunge la maturità di una parola sintetica, quando arriva cioè a percepire in sé quella sillaba unica, irripetibile, che solo lui può dire. Letizia ci avvicina le cose, nella loro totalità o semplicemente in alcuni loro particolari, per obbligarci a riconoscerle. «Torniamo alle cose» aveva scritto Husserl. Così nella pittura della Fornasieri esse smettono di essere puri oggetti, dimenticati in un angolo, e diventano soggetti, interlocutori. Nelle sue opere si capisce che ci troviamo nell’era che ha già visto le cose rivivere nei cartoni animati e che ora penetra, attraverso i computer, fin dentro le fibre di ogni oggetto. Ma l’arte della Fornasieri è l’opposto della virtualità.

La città e la casa
Cerchiamo ora di accostarci a qualcuna delle tele esposte. Tram, Taxi giallo n. 2. Il palo giallo, Semafori accesi occupano una parte importante delle parole di Letizia. Il protagonista è la città, la nostra Milano (l’arte della Fornasieri e inequivocabilmente lombarda). Da un balcone o forse semplicemente dalla sua finestra la pittrice guarda l’intrico delle case, delle automobili, dei fili della luce e dei tram. Sembra di sentire le voci, i rumori, i clacson. Le strade sono sempre intasate. Eppure esse sono anche “abitate”: il tram arancione, il taxi giallo (o il palo giallo che lo sostituisce), i semafori, sono fonti di luce nel grigio nebbioso. Una luce che fa pensare all’opera stessa dell’artista, alla sua stessa persona. Annetta, invece, ci riporta all’interno di una casa, la casa di Letizia, abitazione che è apparsa in passato nel particolari di tanti altri quadri. Qui troviamo su un tavolo piccoli oggetti che diventano giocattoli. Sembrano animarsi per una bambina che sta per armare. Le cose di tutti i giorni (come Tazza a pois) vengono riscattate dal loro contenuto plebeo e rese capaci di far da compagne di viaggio di tutta una vita. E oltre. In queste ultime sue prove. Letizia Fornasieri raggiunge una chiarezza e una forza espressiva nuova. Ha assimilato dentro di sé lo sguardo del cinema, della televisione e del computer e ne ha vinto le spinte voyeuristiche per restituirci una umiltà degli oggetti che è assoluta contemporaneità alle viicende dei nostri fratelli.

di Massimo Camisasca

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14 Giugno 2000 by Elisabetta Staudacher Lascia un commento

LE DUE ANIME DI UNA GIOVANE PITTRICE

Con 14 dipinti ad olio su tavole di grande formato, Letizia Fornasieri (Milano, 1955) racconta l’esito più recente di un cammino artistico tutto milanese: diploma all’Accademia di Brera, partecipazione nel 1981 al premio San Fedele e, nel 1995, primo premio al concorso di pittura Carlo Dalla Zorza. Un percorso caratterizzato dalla caparbietà con cui la pittrice spia la realtà quotidiana che suscita in lei immagini contrastanti.
Da una parte oggetti di uso domestico resi con colori caldi e rassicuranti; dall’altra la confusione del traffico per le strade milanesi. Vasi di piante grasse, giocattoli infantili, tazze della colazione lasciate asciugare sullo scolapiatti, bottiglie di plastica, pentole da cucina descrivono l’intimità protettiva degli ambienti domestici.
Fuori, l’ignoto, il disordine, il frastuono metropolitano. A cieli grigi e cupi tagliati da grovigli di cavi elettrici, sono accostate intense macchie colorate che incombono con fare minaccioso sulla città: sagome di tram che sovrastano le automobili schiacciate dal traffico caotico; anonime figure umane che si intravvedono attraverso i vetri scuri dei finestrini; grappoli di semafori, agli incroci delle vie, simili a megafoni che amplificano suoni e colori. Un disordine di diagonali e aggressivi primi piani che si contrappongono all’ordine ortogonale e ai colori chiari delle pitture di interni. Due anime, che sembrano due stili diversi, della stessa pittrice.

di Elisabetta Staudacher

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13 Giugno 2000 by Sabrina Bonalumi Lascia un commento

LA CITTA PRENDE FORMA SULLA TELA

È stata inaugurata da poco e i riscontri sono già ottimi.
La galleria Lawrence Rubin presenta con 13 opere una selezione del lavoro più recente di Letizia Fornasieri, artista milanese assai schiva che da molti anni persegue con tenacia una ricerca pittorica personalissima.
La pittura della Fornasieri segue due filoni ben distinti, uno legato al tema degli oggetti domestici, quotidiani, l’altro al tema delle città, più precisamente Milano.
Nelle opere domestiche dell’ artista, che non desidera competere con la realtà ma capirne il significato, anche gli oggetti più modesti e comuni acquistano dignità e importanza campeggiando al centro di grandi tavole su cui il colore è generosamente e ampiamente steso.
Nei soggetti metropolitani invece da prospettive sfuggenti e oblique, grigie come solo la città di Milano è nei mesi invernali, emergono prepotentemente le macchie di colore dei tram, come grandi creature vive e antiche a dominare il frenetico paesaggio urbano.
E così i taxi, i grovigli di cavi, i semafori, come occhi di una città viva e pulsante che la Fornasieri non teme di ritrarre con le sue ampie pennellate decise.

di Sabrina Bonalumi

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1 Gennaio 2000 by Marco Fragonara Lascia un commento

IL FASCINO DEL DISCRETO

Non ha mai ceduto a lusinghe troppo facili. Crede profondamente nella sua pittura. Di carattere deciso e volitivo, Letizia Fornasieri persegue con tenacia la sua ricerca artistica, iniziata più di venticinque anni fa, quando era studentessa a Milano, all’Accademia di Brera.

L’ostinazione della pittura
Letizia Fornasieri, che oggi ha 45 anni, è una persona molto determinata ed esigente. Con se stessa prima che con gli altri. Niente e nessuno può distrarla dalla sua grande e unica passione: la pittura. Per questo non è sempre facile avvicinarla. Neppure se a cercarla è un gallerista. È successo così anche a ]immy Rubin, che dirige lo spazio milanese Lawrence Rubin, dove, a fine novembre, sono esposti i suoi lavori più recenti. Organizzare la mostra è stata una vera impresa. Tutto è cominciato qualche anno fa, quando Rubin, passando in bicicletta per via Brera, vede esposto nella vetrina della galleria Ponte Rosso un quadro con un grande mazzo di ciclamini. Ne rimane folgorato e s’informa subito sull’autore, Letizia Fornasieri. La chiama per fissare un appuntamento in galleria. Niente da fare. La sua offerta non suscita nessun interesse, invece dell’attesa adesione ottiene un secco rifiuto. Inaspettatamente, però, qualche mese dopo Letizia si rifà viva. Piomba in galleria, da Rubin, come se l’invito fosse del giorno prima. Al momento della telefonata, semplicemente, non aveva voluto sottrarre tempo alla pittura.
Letizia Fornasieri vi si dedica ogni giorno nel piccolo studio di casa o in quello più grande di via Teodosio, a Milano. Ma anche in una soffitta, che certi amici le hanno prestato per un lavoro speciale e che chiede uno spazio tutto per sé. Qui, infatti, sta, portando a termine la grande Via crucis, una tavola a olio di sei metri per tre, alla quale si aggiungono altre sette tavole di un metro per uno. Per adesso sono lì, in fila l’una accanto all’altra, sotto le travi, appoggiate ai pavimenti sconnessi in attesa dell’ultima maturazione, del consenso finale. Che può tardare anche molto, attenta com’è a evitare ogni nota che non regga nel tempo.
L’entusiasmo che ha per il suo lavoro ha contagiato molti altri. Non solo Cristina Griner, l’amica che l’aiuta nelle pubbliche relazioni, sempre accompagnata dal suo spinone italiano Yuri, modello preferito della Fornasieri. O Camillo, il fratello minore, con cui ha un rapporto molto stretto e che ha escogitato un modo gentile per comunicarle pareri, consigli, osservazioni: affida i messaggi a biglietti che lascia vicino alle tele in lavorazione.

Il confronto con la realtà
A casa Fornasieri c’è sempre stata molta attenzione per tutti gli aspetti della cultura, per la storia, la filosofia e naturalmente e soprattutto per l’arte. Il padre insegnava matematica, il fratello maggiore è pianista, come la nonna, che però dipingeva anche. “Abbiamo imparato dalla mamma a considerare importanti anche le cose di tutti i giorni”, racconta, parlando della famiglia. Ed è questa attenzione per la realtà minuta che l’ha favorita, forse decisa, a confrontarsi con essa. “Non per competere con la realtà, ma per conoscerla meglio. E conoscere me”. Questa specie di missione che è per lei la pittura è perciò anche un dono prezioso, che le permette di esprimere il senso delle cose, di rivelarle il tesoro nascosto. Gli oggetti parlano e lei li ascolta, “prestando orecchio, cuore e mente”, come spesso ripete ricordando le parole amatissime del grande poeta Rainer Maria Rilke. “Spesso il significato profondo delle cose che abbiamo sempre davanti sembra sfuggire”, spiega, “per questo, quando voglio dipingere una natura morta lascio sul tavolo per qualche giorno le mele che ho scelto come protagoniste. Come se le avessi dimenticate. E aspetto”. In attesa che siano proprio le mele a rivelarle il loro segreto. Che poi è il significato della realtà, delle cose umili. Quando le mele diventano un quadro sono la risposta meditata che riceve alle sue domande. Mele, cipolle, tubetti di colore e stoviglie sullo scolapiatti di cucina giganteggiano ora sulla grande tela. I suoi soggetti non sono mai inventati. Sono sempre tratti dalla realtà e senza riferimenti alla pop art o all’iperrealismo. Non sono neppure nature morte. Sono vive, proprio come la realtà.

Dipinti metropolitani
Anche quando affronta il tema della città, è come se Letizia Fornasieri non uscisse dalle mura domestiche. Per lei, la città è la grande casa di tutti. Anche tram, semafori, taxi, autobus sono guardati con l’affetto che si tributa a vecchi mobili e oggetti familiari. In queste sue composizioni è tutto un susseguirsi di prospettive e piani ravvicinati, dove a prevalere è il colore. Proprio il colore, steso con il pennello o con la spatola, è ora il punto di partenza del dipinto, dopo che la tela è stata preparata con un fondo nero, pronto a riunire tutte le tonalità. Per prime emergono le grandi masse gialle, arancio, blu: il tettuccio del taxi, la serie di semafori, il muso del tram. Poi a poco a poco prendono forma i particolari: la gente in piedi dietro ai finestrini del tram, le insegne dei negozi, le braccia di un guidatore. Letizia Fornasieri non vede nella metropoli un luogo alienante, fonte di angoscia. Il suo sguardo è pieno di affetto. Abbraccia tutte quelle azioni quotidiane che accompagnano l’esistenza con la benevolenza che riserva ai piccoli oggetti delle nature morte. Dipinge le azioni di tutti i giorni come gli oggetti di tutti i giorni. I due aspetti fondanti della realtà. Che continua, ogni mattina, a scavare. Per amare meglio.

di Marco Fragonara

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21 Settembre 1997 by M.D.S. Lascia un commento

Fornasieri, l’anima delle piccole cose

Alla Galleria Ponte Rosso (via Brera 2) continua la serie di mostre dedicate agli artisti che hanno partecipato al Premio di Pittura Carlo Dalla Zorza: questa volta tocca alla vincitrice dell’edizione del 1995, Letizia Fornasieri, protagonista di una mostra personale dal titolo «Delle piccole cose (non solo) e della loro inattesa bellezza», presentata in catalogo da Orlando Consonni. Il titolo dice già il tema della rassegna: la Fornasieri è pittrice figurativa, non sperimenta linguaggi alternativi, non usa la fotografia, la fotocopia o l’installazione, e nemmeno cerca soggetti bizzarri e sorprendenti; con pennello e colori dipinge le cose che vede: l’interno del suo studio, il tavolo dove incombe una grossa, antiquata macchina da scrivere, qualche limone, un mazzo di fiori, un calamaio, un portapenne; la sorpresa viene proprio dalla bellezza impensata che le cose quotidiane possono rivelare e dalla loro capacità di acquistare significati imprevisti. «Quando dipingo è perché quella cosa mi chiama a essere dipinta», ha detto Letizia Fornasieri in una intervista; il barattolo con i pennelli, il bricco, la lampada snodabile ripiegata sul piano dei tavolo, le case che appaiono tagliate dal riquadro della finestra, rinascono a una vita diversa, gli oggetti tondeggianti acquistano forme spigolose, le prospettive si ribaltano, si piegano o si gonfiano: tutte le cose sono se stesse e, insieme, sono qualcosa di diverso.
Letizia Fornasieri è nata a Milano nel 1955, si è diplomata all’Accademia di Brera; ha esordito nel 1981 partecipando al Premio San Fedele, a nella Galleria San Fedele ha tenuto la prima personale esattamente dieci anni fa.
La sua opera si può accostare alla tendenza espressionistica, per la forza del colore – blu, rossi e violetti squillanti e carichi ci vitalità -, e per l’intensità a volte un po’ inquietante dei ritratti e degli autoritratti, in cui l’artista getta sugli altri e su se stessa uno sguardo che sembra voler penetrare nel fondo dell’anima. La mostra sarà aperta fino al 5 ottobre. Per informazioni tel. 0286461053.

di M.D.S.

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1 Aprile 1997 by Marina de Stasio Lascia un commento

Spazi di Letizia

Giovedì 3 aprile (alle ore 18) in Galleria viene inaugurata “Spazi”, una personale di Letizia Fornasieri, un’artista che dedica grande attenzione alla dimensione spirituale della realtà. La mostra, curata da Rossana Bossaglia, rimane aperta fino al 17 maggio

Letizia Fornasieri dipinge quello che vede, ma, come ogni artista, vede in un modo diverso, più intenso e più complesso. È questo sguardo sulla realtà – la realtà interiore, spirituale, e quella visibile, con i suoi oggetti solo all’apparenza banali -l’argomento di questa mostra.
Il titolo “Spazi” collega tre momenti diversi, tre diversi spazi dell’azione e del pensiero dell’artista: il primo è lo spazio dello studio, l’interno abitato dai quadri, che a loro volta suggeriscono altri spazi, quelli dell’invenzione e della creazione artistica; da lì uno sguardo si rivolge all’esterno, scopre i luoghi della città: le case, le automobili, i cartelli stradali.
Tutto è reale, rappresentato con chiarezza e con sapienza, eppure tutto è diverso: c’è una luce particolare, più ferma e rivelatrice, c’è una prospettiva spesso ribaltata, spostata, per cui a volte le quinte delle case torreggiano o pencolano; c’è, insomma, quel dare anima alle cose – che siano gli oggetti dell’interno o lo spazio chiuso tra le case della città -, che, con un linguaggio pittorico molto diverso, ha per primo indicato Giorgio Morandi. Nel caso di Letizia Fornasieri non si tratta però di una pittura tonale e sommessa: c’è alle spalle una riflessione sull’espressionismo, sul colore caricato di Forza, reso più vivo e splendente dall’intensità dell’emozione.
Ma torniamo agli spazi di cui parla la mostra: il nodo del rapporto interno-esterno si trova nella figura e nell’interiorità dell’artista; per questo l’autoritratto si colloca al centro di questo discorso: lo sguardo più intenso e più rivelatore è quello che la Fornasieri getta su se stessa.
La sua figura, il suo volto, il modo in cui ci guarda ricordano tanti autoritratti della storia dell’arte – da Chardin a Boccioni, per fare qualche nome -, con quell’aria di una sfida insieme audace e disperata che caratterizza gli artisti che hanno il coraggio di guardare il mondo e di rappresentarlo e il coraggio ancora più grande di guardare se stessi, per vedersi davvero e non solo per immaginarsi.
L’arte è più vera della vita, in questo caso: nessuno di noi ha il coraggio di guardare così nel profondo dentro di sé. La figura dell’artista in questi autoritratti diventa una sintesi, un riassunto della sua vita e di tante vite, forse di tutte le vite.

di Marina de Stasio

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1 Aprile 1997 by Francesca Bonazzoli Lascia un commento

FORNASIERI, SQUISITA FORMULA SENZA PALPITI

Il tavolo da lavoro e il corridoio di casa; i tubetti di colore e i palazzi di fronte alla finestra. È piccolo e circoscritto ad una stanza il mondo che la pittrice milanese Letizia Fornasieri (Milano, 1955) riproduce nelle sue grandi tele. Mediante l’uso della spatola e di grossi pennelli, le forme e le luci vengono scomposti in geometrici tasselli di colore, che conferiscono alla pittura il rilievo e la spigolosità della scultura.
Accanto a questa riduzione delle forme alla geometria, convive, però, un disordine instabile, che sembra sempre sul punto di sconvolgere l’assetto delle cose dipinte trasformandolo, un attimo dopo, in una apparizione del tutto diversa, come quando si ruota il tubo del caleidoscopio e i pezzi di vetro sembrano caderci addosso per poi ricomporsi in un disegno nuovo.
Nelle tele della Fornasieri, i muri delle case sono obliqui, le distanze prospettiche schiacciate su un unico piano, la profondità ribaltata in superficie. S’intende che dietro questi squilibri c’è l’aspirazione ad attingere a qualcosa di più assoluto della mera ap-parenza, ma è come se questa ricerca avesse trovato una formula espressiva così efficace da diventare insistita e ripetuta fino al compiacimento della correttezza.
L’artista dimostra di padroneggiare la tela e, addirittura, di saperne bravamente sfidare le grandi dimensioni senza paura di perderne il controllo, ma poi si ferma a un soffio dal riuscire a cogliere le voci e i palpiti di quegli oggetti e di quelle mura che tanto accanitamente scruta e ritrae.
C’è, nella consapevole squisitezza della sua formula tecnica, una freddezza simile a quella di un perfetto esercizio retorico, che non si accorda con la vaga sottigliezza e la labilità delle emozioni che pure quella pittura cerca.
Che però la Fornasieri possa balzare oltre il suo accademismo e attingere alle segrete parole delle cose, lo dimostrano i due autoritratti dove si è lasciata trascinare in, territori più liberi e intimi.

di Francesca Bonazzoli

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