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31 Maggio 2012 by Ferruccio Gattuso Lascia un commento

Ognuno ha un compito. Imparare è un’avventura

LETIZIA FORNASIERI. Pittrice milanese, diplomata alla Accademia di Brera, Letizia Fornasieri in gioventù è stata a stretto contatto col paesaggista statunitense William Congdon. Nel 1995 ha vinto il premio Carlo Dalla Zorza. Il suo quadro “Milano – Tram” è presente presso la collezione di Palazzo Madama. Nella chiesa Gesù a Nazareth nel quartiere Adriano di Milano è collocata la sua imponente opera “Via Crucis”

 

Qual è il confine tra l’importanza di sviluppare il proprio talento e la necessità di svolgere una professione richiesta dal mercato? «Ho disegnato fin da piccola e ringrazio di aver avuto un padre che ha sempre cercato di capire quali doti avessimo i miei fratelli ed io. Fece provare il pianoforte ad alcuni dei miei fratelli e infatti uno di loro è pianista; per me capì che avevo questo dono del disegno. In terza media mi regalò la prima scatola di colori ad olio e così, da sola, cominciò l’avventura della mia vita. Ai giovani dico che fondamentale è capire quali siano le proprie inclinazioni, ma è anche importante tenere presente gli altri, le necessità della comunità in cui si è inseriti. Il problema principale per la persona, ad ogni età e qualunque cosa faccia, è riconoscere quale sia il proprio posto nel mondo. Quasi nessuno, oggi, dice ai giovani che la vita è un compito! Si può fare anche un lavoro qualsiasi, anche qualcosa per cui non ci si senta adatti ma, credo, una persona deve al mattino alzarsi con questa voglia di “rispondere” al mondo che ci è attorno. Il lavoro dell’artista è analogo a quello del metalmeccanico, che desidera montare a dovere una carrozzeria».

Quale lavoro avrebbe intrapreso se non avesse avuto successo nel mondo dell’arte? Qual è stato il suo primo impiego? «Non so se io ho avuto successo, so che fino ad ora posso mantenermi con il mio lavoro, la pittura, e me ne sorprendo, perché diversi miei compagni di Accademia non lo possono fare. Come primo impiego ho insegnato per 15 anni, subito dopo gli studi all’Accademia di Brera. Ma ho sempre cercato un insegnamento part-time, per avere il tempo necessario per dipingere. Ho rifiutato il posto di ruolo al liceo artistico, perché volevo mettermi alla prova, verificare se il mio compito nella vita era dipingere».

In alcuni settori, come l’artigianato, l’esperienza in bottega resta centrale dal punto di vista della formazione. Come migliorerebbe l’apprendistato? «Certi lavori, più di altri, hanno bisogno di un apprendistato e di un’esperienza di bottega. Le cose non si imparano da soli: se uno vuole giocare bene a pallone deve “rubare” dal più bravo, imitarlo, coglierne i segreti e infine aggiungervi i suoi. Non so in che modo migliorerei l’esperienza in bottega né come siano disciplinate le scuole professionali, ma sicuramente le incrementerei, perché il contatto con la materia si sta perdendo, e si stanno perdendo alcuni tipi di lavoro artigianale che invece danno una gioia particolare nel guardare il proprio prodotto, uscito dalle proprie mani. Certo, ora ci deve essere anche una formazione informatica, che permette di sviluppare il lavoro in modo più veloce».

Quale crede sia il maggiore valore aggiunto insito nel fatto di poter apprendere un lavoro? «Apprendere un lavoro è una avventura, non ci sono ricette precostituite. Sicuramente, un valore aggiunto sono i rapporti personali: nel mio campo molto dipende dagli incontri che si fanno. Pur tenendo conto che si devono avere delle qualità, il riconoscimento pubblico non è detto che arrivi. Tanti professionisti dovrebbero trasmettere ai giovani le proprie conoscenze e recepire quelle intuizioni che sicuramente una generazione più giovane si porta con sé. Io credo di poter affermare di non aver avuto un maestro. L’importante è avere una domanda rispetto al proprio “fare”, io dico sempre ai giovani che vengono a chiedermi un giudizio: ma tu, cosa vuoi dal tuo lavoro, dalla tua vita?»

Qual è è il suo consiglio per i ragazzi italiani che hanno terminato le scuole medie o quelle superiori? «Credo che la cosa più importante sia avere intorno adulti e amici solidi, con cui verificare i propri desideri, a cui chiedere di essere accompagnati nella scelta di un tipo di studio o di lavoro. Bisogna però anche osare, per proseguire un sogno, un desiderio. E questo i giovani, alcuni che ho conosciuto almeno, fanno fatica a farlo. Non osano».

di Ferruccio Gattuso

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6 Ottobre 2011 by Giulia Bonezzi Lascia un commento

L’ARTE QUOTIDIANA DI METTERSI IN DISCUSSIONE.
LETIZIA FORNASIERI ALLA FONDAZIONE DURINI

«Tra Milano e Asciano con una puntata a Parigi». La mostra di Letizia Fornasieri, curata da James Rubin e inaugurata ieri alla Fondazione Durini (fino al 24 ottobre), ha il titolo che è una didascalia: nell’esattezza circoscrive la cifra della pittrice milanese, investigatrice del quotidiano, e la sua evoluzione, a due anni dall’antologica di Mantova.
Una svolta anche tecnica, le stampe fotografiche diventano una base su cui procedere per sottrazione, con una tecnica chimica nuova, e per deformazione, con le antiche, vigorose pennellate a olio. Che stravolgono le linee prospettiche, perché, dice l’artista, «l’immagine fotografica, più oggettiva, tende a “strutturare” il quadro. Voglio mantenere la possibilità di distorsione, un’eredità delle avanguardie del ‘900». anche l’orizzonte s’è spostato da uno scenario urbano a uno più agreste, il pennello si ferma a esplorare l’architettura di un cardo, l’intreccio di un vitigno.
«Tutto è cominciato con una vigna», racconta Fornasieri. un invito in un agriturismo nelle Crete Senesi, la voglia di cimentarsi con «una pianta sconosciuta», frequentata e ritratta attraverso le stagioni. «Ho scoperto che le cose belle nascono se dici sì a un invito, se non ti sottrai a quello che accade». anche al dolore, elaborato in una sala più intima, quella di Margherita. La madre di Letizia, morta l’anno scorso a giugno, è ritratta accanto a una grande lavatrice, poi di spalle, fronte a un cassettone. Titolo: «Margherita vedeva altre cose». I cassetti come il tempo che scorre, l’ultimo, che non c’è stato il tempo di aprire, svela la tavola nuda macchiata d’ombre ch suggeriscono il riflesso della montagna sul lago: «Una trasparenza più profonda». E Parigi? C’è, nella veste inconsueta delle cassette di verdura al mercato. «Mi trovo meglio dipingendo da vicino –spiega Fornasieri- . bisogna diventare amici delle cose, altrimenti si rischia di rapinarle. Io, con un po’ di presunzione, pensavo di saper dipingere una vigna, mi son dovuta ricredere. Dipingere è una grande lezione». Sull’arte di mettersi in discussione, anche davanti alle cose.

di Giulia Bonezzi

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30 Settembre 2011 by Laura Cioni Lascia un commento

QUEL PENNELLO DI LETIZIA FORNASIERI CHE COGLIE LA “GLORIA” NEL QUOTIDIANO

Letizia Fornasieri espone dal 6 al 24 ottobre 2011 in via Santa Maria Valle a Milano, prima tra gli eventi promossi dalla Fondazione Durini, la cui finalità è quella di sostenere il lavoro di pittori e scultori meritevoli. Curata da James Rubin, la mostra presenta quaranta lavori, di cui trentadue inediti e otto storici, che ricostruiscono il percorso artistico della pittrice milanese, nata nel 1955 e nota oramai anche al grande pubblico per le numerose esposizioni, ultima tra le quali l’importante rassegna antologica al Palazzo della Ragione a Mantova.
I temi affrontati dalla pittrice sono legati alla vita quotidiana della sua famiglia e della sua città, Milano: oggetti e paesaggi sono colti dall’occhio attento di chi si sofferma su un particolare e sa trovare nelle cose un oltre che ne svela il significato. Ma questa operazione non perde di vista le cose, anzi le rappresenta con coraggio e forza, ed anche con intima partecipazione. Tali sono le raffigurazioni della figura materna, colta in momenti della vita casalinga e insieme capaci di ridirne la memoria vissuta in tanti anni di dedizione alla famiglia. E Milano, rappresentata in palazzi, in taxi, in tram e filovie non è la città fredda in cui si intrecciano senza saperlo tante vite frettolose, ma è fatta di uomini che abitano e si spostano in uno spazio proprio: Letizia Fornasieri ne coglie la vita laboriosa e dona alle strade e alle case la loro identità più riposta. C’è un grande silenzio nella casa e nella città e in esso si avverte la presenza umana.
I temi floreali spiccano per la vivacità cromatica, dai gialli dei girasoli ai rossi dei gerani e dei ranuncoli. Ad essi si aggiungono le vigne di Asciano, colte nei colori dell’autunno e gli inediti verdi ortaggi del mercato di Parigi. Anche in questo caso non è una pittura soltanto figurativa, ma il tentativo riuscito di leggere dentro la natura e la bellezza e la varietà delle sue forme la sostanza che la fa.
Forse per questo ciò che in genere è guardato con superficialità è reso speciale una volta dipinto e fa tornare all’oggetto con maggiore attenzione. Miracolo della poesia che restituisce alle cose quotidiane la loro bellezza e la loro gloria.
Si direbbe che l’autrice abbia un modo molto suo, molto personale di amare la vita, i suoi dettagli e che abbia il dono di trasferirlo nel suo lavoro. Le sue opere infatti hanno uno strano riserbo, ma nello stesso tempo comunicano una forza di passione nella percezione delle cose e nella loro rappresentazione. Forse questo riserbo permane nel silenzio in cui gli oggetti, sedie, finestre, biancheria, fiori, rape, carote, facciate vivono, a dispetto della forza dei colori e dell’atto pittorico. Questa sorta di castità nell’amore è ciò che si avverte con relativa facilità e con ammirazione nell’opera di Letizia Fornasieri, giunta a una maturità che semplifica. 
L’augurio sincero è che la sua ricerca continui, non solo nella varietà di temi e di tecniche, ma soprattutto nell’occhio con cui guarda alle cose e nella mano che le ridona arricchite di gloria. Per rubare una sua espressione, “la gloria di una giornata qualunque”.

di Laura Cioni

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1 Settembre 2011 by Elena Pontiggia Lascia un commento

LETIZIA FORNASIERI E LA SUA FATICOSA REALTÀ RICCA DI SPERANZA

Siamo tutti così impegnati a vivere, che non abbiamo tempo per osservare la vita. Per fortuna lo fanno per noi alcuni artisti (pochi, per la verità) e Letizia Fornasieri è tra questi.
C’è una nuova felicità, un sottile lirismo, in alcune delle sue ultime opere.
E’ come se Letizia avesse alleggerito la sintassi che governava le sue composizioni e avesse lasciato forme e immagini più libere nello spazio. Una differenza profonda, in effetti, separa la cascata di foglie della Vigna rossa, che sembra un volo di quadrati posati sulla tela come tessere di mosaico, dalla Filovia, che procede lenta, ammaccata, tra una foresta di macchine ugualmente ammaccate e un po’ ostili.
In termini stilistici dovremmo dire che al realismo influenzato da Braque subentra una libertà segnica che dialoga con l’informale, per esempio di De Staël (Il mio amico Jackson era il titolo di un quadro di qualche anno fa dedicato a Pollock). Ma l’arte è una cosa troppo importante per lasciarla ai critici d’arte. E allora preferiamo dire, con parole forse più generiche ma meno di gergo, che in certe opere si avverte un sentimento inaspettato di volatilità, di leggerezza.
E’ la natura che suggerisce a Letizia questa effusività, questo allentarsi di legami e rigidezze? No, non è così. Basta osservare L’agave che si protende dura e legnosa a cercare un po’ di luce, per capire che qui il problema non è la città o la campagna. Non c’è, nei quadri di Letizia, una visione ingenuamente irenica di fiori e piante. Letizia sa bene che, come dice san Paolo, anche la natura ha bisogno di redenzione.
Non è nemmeno la distanza cronologica, però, che separa i due quadri, perché La vigna e Milano. La filovia sono tutti e due di quest’anno. Piuttosto anche qui, per citare l’Ecclesiaste, c’è un tempus tacendi e un tempus loquendi: c’è il tempo della sofferenza e quello del sollievo, c’è il giorno feriale e quello della festa.
In questo ciclo di opere, insomma, Letizia Fornasieri ha voluto narrare la vita nella sua complessità: l’automobile rappresa nel traffico e il Girasole siriano sciolto nella luce, la foglia dura e tagliente e il tralcio mosso dal vento, la ragazza che si aggiusta in qualche modo nella babele della casa e il giardino che si dispone ordinato dietro un sipario di fiori.
In una delle opere più intense, Margherita e la lavatrice, per esempio, una donna (la madre, da poco scomparsa) è accanto appunto a una lavatrice. A prima vista il quadro sembra un frammento di vita domestica, ma l’oblò, che in quegli elettrodomestici è sempre rotondo, qui è un poligono maldestro e mal fatto, con i lati che non stanno insieme. E la donna non sta infilando i panni nella lavatrice, e neanche li sta togliendo, tanto meno con quella felicità commossa che nelle pubblicità hanno tutte le facitrici di bucati davanti alla visione beatifica della biancheria lavata. Al contrario, qui la donna è rannicchiata di fianco alla macchina, in una posa inconsueta e quasi inspiegabile.
Il fatto è che Letizia coglie (con partecipazione, compassione, dolore) tutta la fatica del vivere. Non è l’oblò che è storto, ma la nostra esistenza, che non è rotonda nemmeno quando tutto funziona. Se non altro, perché è un’esistenza breve. E non è la posizione di Margherita che è scomoda, ma la nostra: la nostra condizione esistenziale, così precaria a dispetto dell’odierna mitologia del benessere che vorrebbe rimuovere la presenza del negativo.
Eppure questo realismo (realismo dello stile, ma anche realismo della visione del mondo) convive nelle opere di Letizia con una straordinaria speranza. Sì, perché la lavatrice ha una sua candida bellezza e, pur storta com’è, è un simbolo di lavacro, di pulizia; il tram illumina la strada col suo colore d’arancia e, pur lento com’è, è un segno di movimento, di vita. Allora anche nei cassetti sbilenchi e disassati di un mobile, che sembra reduce da un furto con scasso, si possono vedere “altre cose” (Margherita vedeva altre cose, 2011). E per questo la Vigna (che poi non è una vegetazione qualsiasi, ma quella scelta da Cristo come metafora del suo regno) splende nel suo oro rosso come una fiamma.
Di fatica e speranza, insomma, parlano questi quadri, come parlano di pesantezza e levità, di artrite deformante e felicità della forma. Così Letizia Fornasieri prosegue paziente, pagina dopo pagina, le sue Cronache della vita di tutti i giorni. E si candida con coerenza a diventare, nell’ambito del realismo contemporaneo, una delle voci più convincenti.

di Elena Pontiggia

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1 Settembre 2009 by Marina Corradi Lascia un commento

LA STRANA FAMILIARITÀ DI QUEL TAXI

E’ un taxi. Giallo, di quelli che giravano a milano qualche anno fa. Aquila 42 si chiama il quadro di Letizia Fornasieri esposto a Mantova, a Palazzo del Tè, con gli altri della mostra “La gloria di una giornata qualunque”.
A prima vista, dicevo, lo si direbbe semplicemente un taxi, colto forse nell’attimo di una sosta, mentre aspetta sotto un portone un cliente; in una via di Milano stretta, grigia, quasi, nella prospettiva, sbilenca. Sopra, un trapezio di cielo incerto, biancastro, quel cielo senza tempo che Milano si mette sia in primavera che d’inverno. Tra il cielo e l’asfalto, fili della corrente, della luce, ragnatela sulla città, che la avvolge come l’ordito di una tela. E insomma nel quadro non c’è altro che quattro case – forse un po’ troppo chine sui marciapiedi, a sorvegliare noi che passiamo – e il cruscotto del taxi con il vetro oscurato, che non permette di vederne i passeggeri. Tuttavia, perché lo sguardo ti ci si incolla addosso, e non si stacca?
È che quel taxi ha un’aria enigmatica. Mi ricorda qualcosa. Non saprei cosa, ma direi dolorosa. O comunque la confusa memoria di un’attesa. È forse quello con cui sono corsa all’ospedale, da mio padre, una mattina, incredula che davvero fosse morto? O è quello invece con cui in un’ora fonda della notte siamo andati, noi due, alla Mangiagalli, io sbalordita dalle doglie del primo parto? In ogni caso è un taxi di ore gravi, di tragitti muti, mentre dalla radio fuoriescono e svolazzano parole leggere che non ascolti. Quanto è? Grazie. Lo sportello che sbatte secco alle spalle, e tu che vai. Da oggi non sarà più come domani.
Quell’Aquila 42, pensi soppesandone ancora la mole larga, un po’ invasiva, non è un taxi normale, svagato, da corsa alla stazione per andare in vacanza. Col suo abitacolo buio sembra un appuntamento già fissato. È un taxi che incrocia, e scioglie e lega destini.
Complice, probabilmente, di quel Tram, anche lui esposto al Palazzo del Tè. Arancione. Con quel muso così storto e sfacciato, come certi ceffi della mala di una volta. Così incombente addosso che quasi esce dalla tela, sfrontato. E anche lui coi vetri assolutamente oscuri. Né conducente, né passeggeri. Nessuno. Ammesso che poi davvero trasporti dei passeggeri. E non s’avvii perfettamente vuoto, solo, per la città, fantasma di lamiera obbediente sui binari consueti.
Sia il tram che il taxi escludono figure umane. Per questo nelle tele Milano è così vera: è la città assente, la folla di noi, che non alziamo gli occhi a guardarci. E tuttavia, in quei vetri neri che percezione di assenza, e di misteriosa attesa. Attesa di chi, di che cosa? Di un volto, che ci veda e ci riconosca. Attesa che le facciate di cemento rivelino la casa di un amico: che ci abbracci in un lutto, che sia felice, perché tuo figlio è nato. Mentre, sbam, ti sembra di sentirla quella portiera che sbatte di Aquila 42. Paesaggio urbano con deserto. Quel deserto che, diceva Eliot, «è pressato nel cuore della metropolitana».

di Marina Corradi

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1 Settembre 2009 by Elena Pontiggia Lascia un commento

CHI HA RUBATO IL PAESAGGIO? I «PAESAGGISTI»
ADDIO MONTI E MARINE. PER GLI ARTISTI SONO SOLTANTO UNA PROIEZIONE DELLE NOSTRE ANGOSCE

E pensare che il Novecento si era aperto con una dichiarazione di guerra contro il paesaggio. Boccioni e i futuristi non ne potevano più di tramonti sul lago e di albe negli alpeggi e proclamavano: «Finiamola con i Laghettisti, coi Montagnisti!». Il paesaggio, insomma, sembrava un genere irrimediabilmente vecchio, ottocentesco. Nasce infatti sullo scorcio del nuovo secolo il «paesaggio urbano», che ha come soggetto la città. Pochi anni dopo, però, gli artisti tornano a dipingere i temi naturali. Già, ma come li interpretano?
Facciamo un passo indietro. Il paesaggio, nella tradizione pittorica occidentale, è prevalentemente legato a una nozione di quiete. L’interesse per la furia della natura e lo scatenarsi degli elementi (preceduto dalla tempesta del Giorgione, dove comunque si vede solo un lampo) si sviluppa col romanticismo e rimane minoritario nelle scelte iconografiche. Nell’arte del ‘900, invece, la natura diventa luogo d’ansia e tensione: dai paesaggi inquieti di De Pisis a quelli agitati di Osvaldo Licini. Anche se non mancano naturalmente le eccezioni. Da dove nasce questa nuova prospettiva, che nell’800 non c’era (se non in certi esiti soprattutto tardo-romantici, impostati sulla lotta per la sopravvivenza o sull’eroismo dell’uomo che si scontra con gli elementi)? Deriva forse da una sensibilità, per così dire, ambientalista? Senza nulla togliere alla doverosa preoccupazione per quello che una volta si chiamava «il creato», le cose non sono così semplici.
Prendiamo, per esempio, un’artista come Letizia Fornasieri, considerata uno dei maggiori pittori realisti della sua generazione, e i cui quadri esposti a Mantova sono emblematici di uno stato d’animo oggi diffuso. Tra i suoi dipinti troviamo paesaggi urbani ingombri di traffico, dove anche il cielo non ha più un centimetro libero, tanto è percorso da fili della luce, cavi elettrici, segnaletiche invasive. Poi, però, il suo sguardo si sposta su un frutteto, su una serra, su una betulla e ci aspetteremmo che si rasserenasse di fronte allo spettacolo della natura. Non è così. I fiori, è vero, sono bellissimi, e sono belle anche le piante di limoni o le distese di neve. Ma quel senso di disagio doloroso che sentivamo davanti ai paesaggi urbani non muta. Il fatto è che la fatica e il dolore fanno parte della vita. E l’artista ce lo ricorda, con discrezione, senza farci sognare inesistenti paradisi terrestri. Il paesaggio, allora, diventa una meditazione esistenziale. Ed esprime il nostro disagio, sia pure aprendosi a un’intensa speranza metafisica.
Se confrontiamo le vedute di Letizia Fornasieri con quelle ottocentesche o degli inizi del Novecento (e ce ne offrono un’occasione le due ottime rassegne di Barletta e di Monza, incentrate su questo tema, oltre alla sala dei paesaggi, recentemente riaperta alla Pinacoteca di Brera) la differenza è evidente. Campi, marine, fresche e dolci acque di De Nittis o Mariani appaiono immersi in un’altra pace. Possono tingersi di malinconia, di nostalgia, ma restano fondamentalmente più sereni di quelli del secolo successivo.
Per quale motivo? Forse perché la natura, allora, era meno aggredita e in pericolo di quanto non sia oggi? Non vorremmo passare per insensibili, ma temiamo che la risposta sia diversa. Se nell’Ottocento la natura era ancora «l’altro da sé», come dicevano i filosofi, oggi il paesaggio è un’immagine dell’io. E i problemi dell’io, cioè i nostri, sono profondi, complessi, spesso inguaribili. E purtroppo non c’è intervento esterno che possa sanarli.

di Elena Pontiggia

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10 Giugno 2009 by Angelo Sala Lascia un commento

Letizia Fornasieri: il tram e la bambina

MILANO La Galleria Rubin (via Bonvesin de la Riva) propone fino al 27 giugno (martedì-sabato 14,30-19,30) la nuova personale di Letizia Fornasieri a tre anni da Qui è scritto il tuo nome e a distanza di un mese dalla conclusione della mostra antologica La Gloria di una giornata qualunque al Palazzo della Ragione di Mantova, che raccoglieva venticinque anni di attività della pittrice milanese.
La mostra presenta i lavori recenti di Letizia Fornasieri che spaziano nei soggetti dagli esterni cittadini agli interni domestici. Oltre all’ambito casalingo e all’osservazione attenta della natura nelle sue varie forme, la pittura di Letizia Fornasieri si è infatti dedicata spesso a una personale interpretazione della città di Milano. Si tratta di uno sguardo inconsueto che l’artista proietta sulla metropoli, descrivendone i luoghi e i suoi ritmi incalzanti, con i famosi «Tram», presenze misteriose e incontrollabili. Il caos cittadino è reso appieno da una tecnica pittorica fatta di distorsioni espressive e da forti contrasti cromatici.
Accanto agli esterni della città natale figurerà anche un’opera più intimista, il Grande ritratto della madre, un dipinto che sottolinea come la Fornasieri abbia scelto un percorso espressivo spinto dal sentimento, dal legame affettivo piuttosto che dal desiderio di esibire e mettere in mostra. La personale introduce inoltre un nuovo tema, quello dei cani, a cui l’artista dedica alcuni affettuosi ritratti resi con la consueta naturalezza e incisività. L’esposizione raccoglie una dozzina di oli su tavola di vari formati e altrettante tecniche miste su carta.
Letizia Fornasieri è nata a Milano nel 1955, si è diplomata in pittura all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Nel 1981 vince il Premio San Fedele Quadro Giovani, Galleria San Fedele, Milano. Nel 1995 riceve il Premio di Pittura Carlo Dalla Zorza, esponendo nel 1996 alla Galleria Ponte Rosso di Milano. Pittrice della nuova figurazione italiana, quotata nel collezionismo e molto amata dal pubblico ha al suo attivo numerosissime personali e collettive in Italia e all’Estero. Per diversi anni ha ricoperto il ruolo di insegnante di materie artistiche, poi lasciato per dedicarsi completamente alla pittura. Nella partecipazione alla XIV Quadriennale di Roma (2005) il suo quadro Milano Tram è stato acquistato dalla Collezione della Camera dei Deputati del Parlamento Italiano di Montecitorio. Letizia Fornasieri ha inoltre realizzato numerose opere di carattere religioso, collocate in alcune chiese lombarde, tra cui la Via Crucis nella Chiesa di Gesù di Nazaret a Milano, composta da un trittico e da una serie di quadri. Di lei hanno scritto Rossana Bossaglia, Giorgio Mascherpa, Paolo Biscottini, Cecilia De Carli, Aurelio Picca, Luca Doninelli, Elena Pontiggia, Roberto Perrone, Maurizio Cucchi, Flavio Arensi, Vladek Cwalinski, Lorenzo Canova e Luca Beatrice.

di Angelo Sala

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9 Giugno 2009 by Anna Mangiarotti Lascia un commento

Cerco in tram l’anima di Milano

Sui mezzi pubblici ritrovo le comparse di un comune destino urbano

COME UN ARTISTA guarda Milano, che città d’arte non è? «L’assedio, la costringo a sputare le sue ragioni. La realtà, se la interroghi, risponde». Parola di Letizia Fornasieri, artista che non ama gli aggettivi: «Per cominciare, l’arte non è femminile nè maschile. È la proposta di un’esperienza, di una persona. Quando a Paiano Reale hanno allestito la mostra sulla pittura delle donne, non ci sono andata apposta».

LE DONNE, PERÒ, le dipinge. Per la nuova mostra alla Galleria Rubin di Milano, «II tram e la bambina», l’ultimo quadro arrivato è la «Bambina rossa». Che ha appena imparato a stare in piedi, appoggiata al grande letto-coperta della mamma, davanti a una distesa di colori: «Sta imparando a guardare le cose che la vita mette davanti, di traverso, o in modo più disteso. A guardare con uno sguardo dentro di sè, chiedendosi costantemente tanti perché…». E l’autrice, che ha 54 anni, cosa cerca? «Non cerco tanto per cercare, mi fanno ridere quelli che dicono così. Io cerco le chiavi per entrare in casa».

LE HA TROVATE. In senso lato, Milano è la sua casa. Abita dalle parti di viale Abruzzi, dove ci sono case Ottocento massicce e alberi, che lei guarda la sera. Dipinge ombre fisiche, pesanti. Nella città disseminata sempre di cartelli «lavori in corso», coglie le permanenze, la stabilità: «Io sono una stanziale». Forse per le solide radici familiari, la nonna materna allieva della scuola d’arte domenicale nella Torre di Ansperto, o per la propria capacità di entrare in confidenza con le cose, Letizia, riesce a decifrare l’anima di Milano: «Un po’ provincia e un po’ Shangai, Navigli e Blade Runner…», commenta il critico Luca Beatrice. E Rossana Bossaglia osserva come le sue rappresentazioni non entrino in polemica con il traffico. Il turbolento dinamismo di automobili, tram, taxi, semafori, insegne, sulle tavole lavorate energicamente a spatola, è vitalità. Dove andiamo? «Liberamente verso il nostro destino. Perciò mi interessa dipingere il tram. Ha una direzione, un binario. Tante fermate giuste per chi deve scendere. È l’elemento che vince, s’impone, viene verso di noi come un rompighiaccio. Il traffico si scansa, lo lascia passare».

COL SUO bell’arancione violento, stravagante, allucinato, contorto, il tram è un personaggio (toro o torero?) da corrida. Anche il poeta Giovanni Raboni ne era affascinato. Gillo Dorfles ha approvato l’estetica pubblicitaria che ha colorato i mezzi di trasporto nella grigia metropoli. Sì, piacciono anche alla Fornasieri. Che sale anche sul metrò. A ritrarre passeggeri anonimi, non i volti, ma la curvatura delle spalle, il collo, la geometria delle braccia e delle mani strette a pugno. Tutti, tutte comparse di un destino comune. Realismo lombardo. Ma perché non
usa la fotografia, strumento preferito dalle nuove generazioni? «Credo sia una bella trappola, anche se sembra proteggerti. Nella pittura, invece, uno rischia il gesto, e viene fuori il proprio io». Nel 1993, finalmente, e riuscita a dipingere il suo autoritratto. E solo nel 2002 il volto di Annetta, la sorella disabile, che vive con lei e con la madre. Un’opera riconosciuta bellissima, per lo stile maturo e sintetico. Ma Letizia non e d’accordo: «L’arte, in qualche modo, scarta il difetto. La vita, invece, lo accetta, ne trova la ragione. La vita è più grande».

di Anna Mangiarotti

 

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21 Marzo 2009 by Grazia Massone Lascia un commento

LETIZIA FORNASIERI, LA GLORIA DI UNA GIORNATA QUALUNQUE.
Mantova, Palazzo della Ragione. Fino al 19 aprile.

Il titolo dice tutto. O meglio, dice della natura profonda delle opere di Letizia Fornasieri. Non solo di quelle presentate nella bella mostra antologica mantovana, ma di tutte le sue opere. A leggerlo, quel titolo, si vorrebbe fosse il programma della vita. Che desiderare d’altro se non vivere ogni giorno la gloria di quel giorno? Saper riconoscere lo splendore delle cose quotidiane?
Guardando i dipinti presentati nella mostra forse si può carpire il segreto di questo sguardo alla loro autrice. Letizia Fornasieri è una donna schiva, che non ama parlare di sé e non “spiega” i suoi quadri, perché tanto sono lì a “spiegarsi” da soli.
Cosa cerca Letizia Fornasieri nella pittura? Bisogna essere precisi. La pittura è un mezzo. Il mezzo. Quello che cerca questa pittrice sono le cose. Per meglio dire, quello che cerca e che indaga è la realtà. Letizia afferma che pensando a ciò che la muove nel suo lavoro riconosce di essere sempre partita dalla realtà. Dice: “Mi interessa capire perché c’è lì la mela, in cucina. Perché ci sono io lì con lei?”. Ma per cercare ci vuole un metodo, una ragione. E la ragione si palesa nel lavoro paziente, quotidiano della pittrice. Giovanni Testori, grande critico d’arte e pittore egli stesso, scrisse: “Credo che ci sia un indirizzo infallibile: non sbaglierà, nonostante tutti gli errori, chi avrà voluto bene alla realtà, ossia alla Creazione. Se vuoi bene alla Creazione, puoi anche scrivere o dipingere le cose più tremende: esse sono già salvate dal Creatore fatto carne. Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro, e abbracci il tuo tema, senza bisogno di fare come facevano i Neorealisti, che dovevano controllare com’è fatta la cucina, com’è fatta la bottiglia, com’è fatta la minestra, e così via. Ma la cucina, la bottiglia, la minestra sono già dentro quell’atto d’amore, basta chiamarli e, tac, ti saltano alla penna, al pennello”.
Credo che questa frase descriva il lavoro di Letizia Fornasieri, come ben comprende chi vede i suoi dipinti.
La mostra ci fa entrare nel mondo di Letizia, ci permette di seguirla e scoprire il suo sguardo sulle piccole e grandi cose del suo mondo. Seguiamo la scansione che il percorso ci propone e ci addentriamo nel mondo di Letizia Fornasieri, conoscendolo attraverso la sua pittura.

“SCOPRO NELLA MIA CASA STANZE CHE NON CONOSCEVO”
Ci sono piccoli frammenti di scrivania o di tavoli, con le cose normali. Tubetti di colore, pennelli, scatole di pastelli, libri, quaderni, blocchi per gli schizzi. Qua e là frutti, fiori, stoffe, una teiera. Spiragli di stanze, scorci di finestre. Ci addentriamo con la pittrice nei meandri dei suoi spazi privati, inquadrati selezionando il punto di vista, ma mai messi in posa. Emergono dipinti di piccolo e grande formato, potenti come pale d’altare. Ogni luogo, ogni oggetto evoca una presenza. Ci si aspetta che da un momento all’altro qualcuno passi e modifichi la situazione che il quadro ha fissato. Talvolta le presenze non sono solo evocate, come quando la mamma o la sorella Annetta o l’artista stessa sono dentro le stanze dipinte.

“I FILI DEL TRAM, TESI NELL’ARIA, TESSONO UNA RETE CHE MI TRATTIENE”
Dall’ambito privato delle stanze di casa o dello studio lo sguardo di Letizia si affaccia all’esterno e indaga la città. Non una città generica, ma Milano. Anche in questo caso emerge un’identità, una specificità. Quasi Milano fosse una persona, che la pittrice ci presenta attraverso il suo personalissimo punto di vista. Sono i particolari che vengono ingigantiti nei quadri. L’incrocio dei fili aerei dell’elettricità che muove le filovie, le foreste di semafori che animano gli angoli della città, e poi i balconi, le case. Tanti gli istanti rubati sul metrò o in tram, dove ci appaiono braccia, mani e frammenti di una umanità che popola ogni mattina i percorsi dei mezzi pubblici.

“PIANTE DISEGNANO OMBRE E SUSSURRANO AL SOLE”
La terza e ultima sezione della mostra è animata da fiori e piante, un tema su cui Letizia si è molto soffermata negli anni recenti. Ma non bisogna farsi ingannare: non si tratta di quadri di genere, decorativi. Non c’è fiore in un vaso o pianta che sia nel quadro per caso. Al posto di quella cassetta di gerani, vicino alle scarpe da tennis, non potrebbero stare altri fiori. Si può quasi dire che anche quando dipinge i fiori Letizia gli fa il ritratto. Perché di essi cerca di far emergere l’identità, l’unicità. La loro natura essenziale di Segno, nel senso che diceva Testori. Un’opera su tutte porta con forza questa qualità: sono I girasoli della Cascinazza. Un grande fiore di girasole e uno più piccolo, quasi secchi, appoggiati discretamente sulla tovaglietta ricamata che ricopre una mensola. Come due offerte sacrificali, una sorta di Eucarestia che si dà sulla semplice mensa della realtà quotidiana. Non penso che il paragone sia blasfemo. Se la realtà è Cristo (come scrive san Paolo nella Lettera ai Colossesi, 2,15), allora anche quei girasoli “sacrificati” sulla mensola-altare rimandano a Lui, al Creatore di cui ci ha scritto Testori.
Accade poi che una pianta o un fiore non sia mai da solo. Lo sguardo della pittrice lo osserva e indaga il suo rapporto con gli altri segni che lo circondano e ci mostra quello che vede. Perché l’artista ha tra i suoi compiti principali quello della profezia. Una profezia semplice, quella di farci vedere la realtà, di farci accorgere di essa. In un suo diario Letizia Fornasieri ci svela il suo segreto, semplice e grande. Un testo che invito a tenere a mente mentre si guardano i suoi bei dipinti: “Ed ho capito che le cose sono “a posto”, sono contente, se appartengono a qualcuno, se io le guardo e dico loro: voi mi interessate, voi siete belle, stiamo qui insieme”.

di Grazia Massone

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19 Aprile 2006 by Luciana Baldrighi Lascia un commento

Letizia Fornasieri con l’inverno insegue il sole e lo fa con una serie di grandi e medie tele esposte fino al 29/05/2006 alla Galleria Rubin di via Bonvesin de la Riva 5. La mostra dal titolo Qui è scritto il tuo nome e curata da Marco Tonelli è accompagnata da un catalogo con immagini a colori che illustrano il lavoro dell’artista contemporanea che più di ogni altro ha omaggiato Milano, le sue vie, i suoi balconi, gli interni, i suoi tram, la sua gente.
Questa volta si tratta di una serie di tele che inneggiano alla primavera dai toni forti e dai colori accesi. L’abbraccio al mondo delle cose e in particolare a quello della natura sembrano piegarsi con la mano e la tavolozza di questa straordinaria maestra della fantasia, al suo sentire ricco di poesia che spesso non corrisponde alla realtà delle cose ma che talvolta si avvicina moltissimo. Una capacità che l’artista è sempre stata in grado di trasmettere trasferendo sulle sue tele frammenti e proiezioni di un mondo reale, mai fuori moda che inneggia a una certa modernità pur mantenendo quei tratti figurativi che le sono propri ma che certamente non corrispondono a una pittura classica.
I suoi quadri sembrano essere realizzati impegnando a fondo tutte le capacità artistiche che la Fornasieri ha costruito nel tempo unendo al gesto la tecnica che «vibra a colpi di spatola e che animandosi anima a sua volta la realtà». Sul retro del catalogo è riportata una frase « … inseguendo, appunto, il sole anche d’inverno. Inseguendo la propria pittura anche d’inverno. Inseguendo se stessa in ogni stagione».
Il rispetto per l’altro è fondamentale per Letizia Fornasieri, che siano persone o cose. La sua timidezza la induce a cercare di nascondere il suo vero volto che traspare però dai suoi lavori ricchi di gioia, di forza, veri al punto da sembrare una pagina di cronaca. Immersa nel suo orto, tra ortaggi, fiori e vasi, serre a cui la Fornasieri è legata, è riuscita ancora una volta a trasmetterci divertita ciò che nella natura vi è di più bello e quel senso d’eternità che esiste nel mondo delle cose, la vita stessa. Quadri che hanno un’intimità e una forza d’animo come Piante grasse del 2005, Sulla terrazza del signor Antonino, Piante grasse con sedia bianca del 2004, una splendida Pianta di limoni invasata del 2006 dai colori forti, ma anche Fiori grandi con ferro da stiro: un tavolo su un balcone dalla dominante azzurra assolutamente mediterranea. Le stesse piante la Fornasieri le ha dipinte anche d’inverno con la neve.
L’artista che adora dipingere all’aperto ha realizzato quest’anno anche delle tele delicate come Primule e Elleboro, fiori con accanto un grande annaffiatoio azzurro. Non mancano tram e girasoli, ma la novità sta proprio nel fatto che l’omaggio all’estate che se ne va «è l’elemento inusuale di Letizia che con queste opere vuole addolcire il mondo».

di Luciana Baldrighi

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