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30 Marzo 1997 by Maria Grazia Schinetti Lascia un commento

LE COSE SODDISFATTE

Il 3 aprile prossimo Letizia Fornasieri inaugura alla Galleria San Fedele di Milano una mostra personale che si potrà visitare fino al 17 maggio. Alle opere più note, nature morte, “ritratti” di oggetti e luoghi, della sua casa e della sua città, ai dipinti di uomini anonimi e di personaggi politici, Letizia affiancherà i quadri più recenti, in cui si intravede l’inizio di un lavoro del tutto nuovo. Gli ultimi dipinti dicono di una pulsazione vitale, di un respiro che c’entra con l’anima e il cuore: il colore sulla tela non è più solo un impasto materico; ora è ilare, tutto impregnato del tessuto cromatico della tela. E compaiono i volti.

Letizia, come sei arrivata alla pittura?

Pensavo che dipingere non servisse a niente, e ho fatto il Liceo Scientifico, poi volevo fare una facoltà utile, Medicina. Durante il liceo però disegnavo sempre. Ho fatto l’ultimo anno del Liceo Artistico, e l’Accademia che forse avrebbe potuto darmi di più. Finiti gli studi, volevo capire se la pittura era il mio compito, e quindi dovevo darle il mio tempo e obbedire a quella cosa.

In certe opere contemporanee (“neoespressioniste”) le figure umane sembrano dire: la pittura è un’illusione, gli uomini che vedi cancellati da segni neri, oppure capovolti, non ci sono …

Non so se dicono che la realtà non c’è, perché il punto di partenza è sempre la realtà. Anche quando il pittore cancella le facce che ha dipinto, se cancella la realtà vuoI dire che essa c’è. La sua pittura mostra un disagio, e compito dell’artista è dirlo. Per alcuni, per Rainer ad esempio, i segni neri sulle figure non sono messi per gioco: c’è un aspetto tragico. L’artista capisce che la realtà così come appare, senza compimento, è mancante. L’arte è il modo più lucido di individuare una situazione, di dire lo stato dell’uomo.

Gli artisti spesso dicono «io sono la pittura», come Klee che scoprendosi pittore dice «io sono il colore», mi sembra che in questa affermazione è implicato il motivo della vocazione …

L’io è chiamato, è convocato. Quando dipingo è perché quella cosa mi chiama a essere dipinta. lo obbedisco a quell’appello. Esiste un’altra cosa che ti chiama: l’io è chiamato da un’altra cosa, è rapporto con quest’ altra cosa. li quadro è la materializzazione di questo rapporto. Dio crea le montagne, ma è la coscienza dell’uomo che dice: «che belle!»; occorre che qualcuno le guardi. La pittura è questo rapporto, è come un marito; e il rapporto per durare ha bisogno di un luogo, di una casa. Perché permanga quel rapporto con la cosa che mi ha chiamato, ci deve essere il quadro, che è uno spazio che ha precise dimensioni, una visibilità, una durata: nel quadro le cose «stanno» per sempre.

Prima hai fatto i dipinti della casa: stanze, tavoli, sedie, oggetti conosciuti da sempre, che fanno pensare a un lungo tempo di elaborazione. Poi ci sono i dipinti di «fuori della casa»: metropolitane, macchine, visioni tutte che avvengono in tempi rapidissimi. E ora: qual è il tempo della tua pittura?

C’è un tempo di convivenza con le cose, che è sempre lungo. lo non posso dipingere il mare, le montagne, un “paesaggio”: non li conosco. Le cose della città, invece, le vedo sempre, come quelle della mia casa, le conosco. C’è anche un tempo di esecuzione del quadro. Fino ad alcuni dipinti della città, ho usato la spatola che presuppone tanto colore e dà alla pittura la fisicità che cerco. A un certo punto però la spatola è diventata troppo lenta, e poi il suo segno definisce, ha già impresso la forma delle cose, le ferma troppo, le rende statiche. Avevo bisogno di un segno più dinamico e che non definisse troppo. Allora ho preso in mano il pennello, che è più docile. E adesso le cose nascono mentre le dipingo. L’immagine è più aperta a ciò che avviene.

Non credi che nell’ arte, intesa come mestiere, ci sia come componente insopprimibile la gratuità?

Dipingere non è diverso da un altro lavoro. Però qui nessuno ti controlla: se tu non sei fedele, nessuno ti dice niente. Stando lì, nello studio, cerchi il senso di te, come in un ufficio. Altrimenti, il lavoro cos’ è? Uno iato fra mattina e sera? Non è «saltando» il posto di lavoro che tu trovi il senso di te, ma è guardandolo tutti i giorni in faccia.

Le cose che dipingi hanno una solennità di simboli …

Forse è meglio parlare di «segni»: il significato della parola simbolo è spesso frainteso.

Però non riuscirei a trovare un altro termine: sotto gli oggetti che dipingi c’è proprio una solennità …

Sì, una sedia, i barattoli … cercano il senso di sé. La verità delle cose o è dentro la realtà o non c’è. Non posso trovarla in un altro mondo perché io sono incatenata a questo mondo. Deve essere tra le cose. Sul mio tavolo di lavoro c’era una diapositiva, con una bella forma, bianca e nera. L’ ho dipinta spesso con intorno tutte le altre cose: tubetti, foglietti bianchi. E mi sono accorta che quelle cose, disposte così, cercavano il senso.

I tuoi quadri sono «presenze», sembrano nascere dopo un risanamento, o una «cura» dell’immagine, per riportare le cose alla vita, alla tavola come spazio esistenziale (tu dipingi su tavola).

Sì, ho sempre avuto una riverenza, una venerazione per le cose così per come loro sono: tanto da andar dietro alla forma dei dettagli. Non si può distruggerla, perché ogni cosa esiste con la sua forma, la accarezzi e non puoi spaccarla. Un innamorato non può dire alla sua donna: cambia la tua faccia. Rispetto la forma e anche la disposizione che assumono le cose, come sono distribuite nella realtà. Non metto gli oggetti in posa. Adesso distorco di più le forme, cambio i colori, perché capisco che così le cose sono contente. C’è un quadro del mio tavolo di lavoro che si intitola «Hic et nunc»: ci sono tutti gli oggetti, io con loro e loro con me, e sono contenti di questa situazione completa.

Nel quadro ci sono anche le ombre …

L’ombra ha una sua esistenza. Non è autonoma, perché legata all’ oggetto del corpo. Ma ha delle possibilità in più rispetto ai corpi. Quando cammino, l’ombra può accarezzare cose che io, invece, non tocco. Una volta facevo le ombre scure, ora invece sono diventate colorate, come se avessero assunto una vita propria.

C’è un autoritratto intitolato «Letizia» …

Sì, è l’unico chiamato così. In quest’ opera volevo farmi allegra, invece, procedendo nella pittura, mi sono accorta che l’ aspetto del mio volto era triste, o meglio, tracciando un asse verticale del volto e guardando bene, mi sono accorta che la parte sinistra del volto era venuta triste, mentre la parte destra – forma dell’occhio, dello zigomo, della bocca – accennava alla possibilità di un sorriso. Quando don Giussani parla della letizia, che è il mio nome, io non capisco, esistenzialmente per me, che cosa vuol dire; mi sembra che dica che la letizia è una gioia, ma con dentro anche un dolore. Mi sono stupita che inconsapevolmente, il mio volto avesse assunto questi due aspetti: io, nella vita, devo imparare il mio nome.

A che cosa stai lavorando adesso? Come sono nati i tuoi ultimi quadri?

Adesso c’è la possibilità di fare una Via Crucis … lo ho sempre obbedito a quello che mi veniva chiesto. Anche quando mi si presentavano cose che non avrei mai pensato di dipingere, come i mezzi di trasporto, le macchine, i segnali stradali girati in modo che non si veda l’indicazione. Dopo anni ho capito che quel lavoro era un viaggio: cercavo il mezzo che dovevo prendere per arrivare in quel luogo, la direzione da seguire, il segnale da guardare. L’ultimo mezzo che ho dipinto è stato il taxi: ho capito che non avrei più cercato; avevo un autista personale, uno che mi portava. Anche nelle opere precedenti c’era questa ricerca, ma inconsapevole: la soglia, o la finestra, indicavano sempre un passaggio da un luogo a un altro.
Le ho dipinte per tanti anni senza sapere perché: la pittura io l’ho seguita e mi ha condotto a trovare il mio posto nella vita. Però c’è stato anche l’intervento di Gesù … Così ho potuto dipingere il mio volto perché avevo davanti un Tu. La pittura era diventata una persona. Adesso guardo di più i volti: le cose mi chiamano di meno. Mentre stavo lavorando al quadro di Rabin ho invece capito che quella figura doveva essere lui, quella persona con un nome e un cognome. Il quadro è rimasto incompiuto perché Rabin è stato ucciso. Non ho più dipinto volti anonimi. Si possono fare migliaia di volti, senza guardarne di reali, mentre «quegli» occhi hanno «quel» taglio, quel colore, quella forma: non sono lo schema di un occhio. A un certo punto mi sono detta: perché non Gesù? Da lì è iniziato questo lavoro. Mi ha colpito che mi abbia portato a disegnare Gesù un uomo ebreo, Rabin.

di Maria Grazia Schinetti

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1 Luglio 1990 by Anna Maria Roda Lascia un commento

Tre artisti, una storia

Per occasioni diverse, i giovani pittori e scultori Letizia Fornasieri, Carlo Steiner e Francesco Toniutti sono recentemente saliti alla ribalta. La loro è una proposta artistica incamminata verso la maturità. Eccone un breve profilo, in attesa di vederne le opere al prossimo Meeting

Dipingere la luce

Ogni incontro con Letizia Fornasieri corre sempre su due binari: la realtà quotidiana, normale della sua casa che ti accoglie, di lei che ti parla in modo pacato e dimesso e il binario della profondità delle cose che ti dice, apparentemente ovvie e scontate, come gli oggetti che popolano la sua casa, ma con una profondità di intuizione che coglie il cuore della realtà e dell’esistenza, quei due aspetti che, peraltro, si percepiscono nettamente nei suoi quadri. Quelli che presentiamo sono spunti e riflessioni di una conversazione con Letizia, che possono aiutare a capire come e cosa dipinge.
«Dopo il periodo dell’Accademia — dice Letizia che ha da qualche anno superato la trentina — mi sono sempre messa nelle condizioni di poter lavorare (dipingere), scegliendo, ad esempio, di insegnare per poche ore. All’inizio è stata una scelta istintiva perché la pittura mi piaceva, poi ho capito che la pittura era per me un dovere. Avevo tra le mani un dono e avevo il dovere, o meglio, il compito di usarlo e di capire se il dipingere poteva essere il compito della mia vita. Due anni fa ho fatto la scelta definitiva. In occasione della possibilità dell’immissione in ruolo nella scuola, così mi si è riproposta in modo più chiaro l’alternativa: se dovevo capire che la pittura era il mio compito dovevo farlo sempre di più e dedicargli sempre più tempo. In quel momento di scelta, sfociato poi nel rifiuto del ruolo, avevo solo due punti chiari in tanta incertezza e paura: la permanenza nella Chiesa, cioè nel movimento, come certezza e punto di riferimento per la vita e poi l’evidenza del dono che avevo tra mano. Ho maturato questa decisione perché percepisco che la pittura mi vuole bene e questo suo amore è cresciuto e si è approfondito in questi anni, è una corrispondenza che cresce sempre di più ed è sempre più profonda. Per questo ho voluto eliminare tutto ciò che poteva essere un impedimento ad una totalità di rapporto e di dedizione. Capisco però che la pittura non e il mio tutto, il mio dio: se mi rompo le mani o se finisce l’ispirazione cosa faccio? Quindi ho capito che la scelta prioritaria è seguire Cristo nella nostra compagnia, verificare come la sua presenza possa essere il mio sostegno, un fatto che passa ora attraverso la pittura, ma potrebbe anche cambiare forma».
A questo punto Letizia fa una digressione sulla forma: Fino a poco tempo fa pensavo che la forma fosse tutto, infatti anche nel dipingere credevo che la forma fosse la cosa più importante perché le cose stanno anche nel buio, anche senza luce. Quest’anno ho scoperto che era sempre presente l’ombra. anche senza una luce particolare, così ho approfondito la mia riflessione sull’evidenza che esiste la luce. La luce non proviene da una fonte precisa, da un’ora precisa del giorno: la luce è ferma, persiste, perché la realtà. pur nel suo andare, è ferma, cioè la ricerca di senso è costante: di sera come di mattina. sempre. La forma permette alla luce di essere, cioè senza corpo e materia non vedremmo la luce.
La luce è una “materia” strana, che incontra le cose e le fa “essere” nel loro aspetto più recepibile. Infatti la vita è legata al fatto di essere vista, sperimentabile, quindi legata a luoghi ed oggetti “illuminati”. Lavorare sulla luce mi ha costretto ad accettare l’evidenza della realtà fuori di me, e ciò mi ha costretto a rivedere quanto già sapevo o pensavo di sapere, perché la realtà é più grande di quanto già sappiamo».
Quali soggetti preferisci dipingere? «Non ho preferenze particolari; non decido io i soggetti, io voglio bene a tutti i soggetti e questi sono “contenti” quando li dipingo; anche se sono drammatici o tristi, sono felici perché sono accolti da me, fissati nel quadro e quindi vivono eternamente».
Comunque i soggetti dei quadri di Letizia sono presi dalla sua normale quotidianità: interni di case e aspetti della città in cui vive.
«I pittori moderni “pensano” la pittura, mentre io nella pittura cerco il senso di me e delle cose. Il senso, la verità ha il corpo delle cose, di ciò che quotidianamente incontro».
A conclusione della nostra conversazione chiedo a Letizia se vive un’esperienza di lavoro con altri artisti: «L’esperienza che vivo è innanzitutto la condivisione della vita del movimento, il confronto sulla vita e sulla posizione umana, da qui poi è investito anche il mio lavoro, tuttavia il confronto specifico sulla pittura con altri artisti è un’esperienza solamente iniziale».

di Anna Maria Roda

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30 Marzo 1989 by Cecilia De Carli Lascia un commento

Letizia Fornasieri
Questa quotidianità così misteriosa

Lungimiranza e intelligenza descrivono l’iniziativa dell’Assessorato alla Cultura di Monza nella sua decisione di aprire con la mostra di Letizia Fornasieri (fino all’8 aprile) uno spazio, quello del Salone Ex Poste, all’attenzione dei giovani artisti, ma più propositivamente «alla passione di conoscere e capire il tempo presente».
È questo tra l’altro, il senso della grande, nuova figurazione della Fornasieri che trasmette nelle sue tavole un vigore espressivo davvero singolare che nasce anche dal contrasto di farsi incontrare nella quotidianità più apparentemente scontata: gli oggetti di una piccola realtà domestica, quasi
matafisicizzati nelle prime prove di Letizia e poi il lento incedere in una serie di spazi interni, dove la presenza della persona mai raffigurata, si rivela nella riconoscibilità pregnante di uno svelamento della sua intimità, discreta e allo stesso tempo tesa e carica di mistero. Lo svolgersi di questa maturazione, quasi lo schiudersi progressivo di una nuova possibilità di relazione con la realtà, varcata, questa volta nello stridente, consumato mondo urbano. È la nuova serie di oli sulla metropolitana, dove nell’anonimità del posto più pubblico del mondo, la Fornasieri ritaglia il suo personalissimo incontro con un altro vissuto.

Oggi, meglio di due anni fa, quando ebbi l’occasione di presentare alla Galleria S. Fedele la sua prima personale, mi rendo conto che la nuova figurazione della Fornasieri non ha nulla a che fare con la tradizione illustrativa della pittura, con un ritorno spesso consolatorio dell’immagine di tanta arte attuale che piace, in questo ultimo scorcio di secolo un po’ malato, per la sua ridondanza.
La stessa
Bossaglia, che insieme a Paolo Biscottini presenta questa seconda personale della pittrice, non può fare a meno di annotare, dopo avere avvicinato le sue tavole alla tangenza di alcuni fatti culturali (dall’attenzione fiamminga per il particolare fino a una nuova percezione dell’immagine passata attraverso la pop, l’astrazione concettuale e ulteriormente la percezione fisica di essa), che la Fornasieri «non fa con la pittura un discorso interno alla pittura, ma la usa davvero come “mezzo” espressivo e conclude dicendo «non sono opere davanti alle quali si possa passare disattenti».
Ugualmente Biscottini che, nel suo testo, interpreta la pittura della Fornasieri tutta sul, concetto di soglia, nel suo senso letterale, simbolico e anche mistico, resta colpito da questo profondo realismo espressivo.
Se la mostra della Fornasieri è un «nuovo» che va controcorrente, la piccola, ma preziosa mostra che a Milano presenta in questi giorni la Galleria Arte-Centro su
Leppien, Notíveau, Levedag, tre artisti del Bauhaus dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, rappresenta una scelta di qualità altrettanto controcorrente oggi che questo compatto programma artistico sembra essersi completamente eclissato o comunque frantumato in tante piccole schegge ben meno significative.
I tre artisti, che in modo diverso, partecipano al Bauhaus, ne rappresentano diversamente la ricchezza e la genialità per la capacità che questo ebbe di essere contemporaneamente luogo di ricerca e di didattica, nell’intento di rendere possibile un processo che fuori da ogni pregiudizio accademico potesse riagganciare l’artista, pur connesso al sistema delle arti e dell’artigianato, al mondo produttivo. Questo lo si può seguire molto bene nel convincente testo di Alberto
Veca che, di questa congiuntura, ripropone una lettura che, proprio perché storica, «non può che segnalare conflittualmente la radice d’opposizione che risulta comune a quanti hanno partecipato al Bauhaus» e che in fondo sono stati fin dall’inizio confinati e quindi resi inoffensivi dalle aule di scuola.

di Cecilia De Carli

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1 Dicembre 1988 by Domenico Montalto Lascia un commento

Impara l’Arte

di Marina Fumagalli e Domenico Montalto

Milano è una primadonna. Quando le si presenta l’occasione, non rinuncia mai a far parlare di sé. Time e Le Monde le dedicano copertine accreditando l’immagine di una città dinamica, aperta, tentacolare. Capitale internazionale della moda, leva economica e finanziaria, ineccepibile organizzatrice di meeting culturali, vetrina piena di novità, di attrazioni per chi la abita e per chi la visita, Milano vive da qualche tempo una stagione artistica di grande qualità.

Tanto che si parla di Milano come capitale internazionale dell’arte contemporanea tout-court, ovvero delle principali novità presenti sul nostro panorama artistico nazionale. Sembra che sia riuscita, o stia riuscendo a sottrarre il monopolio a città come Roma, Venezia, che non dimentichiamo è la sede della Biennale, e forse a Parigi. Nella corsa per accaparrarsi una fama di “piazza” nel mercato artistico, essa è in lizza con città della levatura di Londra, di Basilea, se parliamo a livello europeo, e di New York, se dell’Europa varchiamo i confini. Milano è del resto città che fa opinione. Difatti, una serie di favorevoli congiunture, non ultimo un mercato artistico estremamente vivace e disposto a quel raffinatissimo mezzo di investimento che è il collezionismo, anche amatoriale, ha riattivato un interesse e un campo che sembrava destinato ai soli addetti ai lavori, galleristi e critici. Il fenomeno arte-artista sembra oggi interessare una sempre maggior schiera di persone prese da un desiderio irresistibile di essere aggiornate, di conoscere e magari discutere delle tendenze culturali. Non solo, ma benefico influsso di questa vivacità si fa sentire anche tra gli stessi artisti, giovani per lo più, che avvertono in ciò una possibilità di proseguire nel loro lavoro. Capita, perciò, che a Milano, tra gli “esordienti”, non ci siano solamente quelli che a Milano sono nati e qui poi hanno intrapreso gli studi, ma anche altri che “milanesi” si autodefiniscono da quando in città è avvenuto, in una delle numerosissime gallerie, il loro ingresso nel mondo dell’arte. Questo è un ennesimo riscontro della creatività nascosta in questa nostra città. Fra i “saranno famosi” dell’arte ne scegliamo allora alcuni, per la loro qualità. È il caso di Carlo Steiner, trentunenne scultore originario di Terni, o di Fausto Faini, pittore, classe 1955 che a Firenze, dove è nato, aveva frequentato per un certo periodo di tempo l’Accademia senza però terminarla. Stefano Arienti, Letizia Fornasieri e Giovanni Frangi sono invece nati e da sempre lavorano a Milano. Ciascuno di loro è una storia a sé: diverse mostre collettive, per alcuni anche delle personali. Tra loro hanno poco in comune. Non si inseriscono in alcuna tendenza precisa, ma ognuno si configura con precisione per un linguaggio personale.

Per quanto riguarda le tecniche, i giovani più “tradizionali” sono proprio Frangi, Faini, la Fornasieri: i primi due usano i colori a olio su tela, mentre la Fornasieri preferisce la tavola, su cui lavora con la spatola. Ben più importante sarà il dire che nemmeno alla propria tecnica si sentono supinamente vincolati, tant’è che ciascuno poi propone delle varianti. Frangi per esempio ricorre anche al pastello, soprattutto per i ritratti. Faini prima di agire sulla tela, solitamente di notevoli dimensioni, lavora sulla fotografia; sembra che questo lo aiuti a riflettere sul soggetto che si è scelto.

Letizia Fornasieri, uscita dall’Accademia di Brera dopo aver frequentato sia il liceo scientifico che quello artistico, lavora in città da parecchi anni. Inizialmente concentratasi sulle nature morte d’ispirazione domestica e familiare di piccole dimensioni, ha ora imboccato la strada della rappresentazione concepita su scala monumentale, preludio necessario, in parte, a una sofferta trattazione del soggetto umano, colto nella sua solitudine esistenziale. Numerosi sono gli esemplari di vedute della metropolitana, di autobus e filovie guardate a volte come da lontano. Le stesse nature morte sono diventate a loro volta monumentali, ma non solo per una questione di centimetri. Certe sue sedie, infissi, stipiti e tavoli richiamano alla mente Matisse. Questa pittrice, vincitrice di diversi primi pittorici, con alle spalle una personale alla galleria S. Fedele, dove ha riscosso un buon successo, sembra da poco aver compreso l’importanza di proseguire con altre esposizioni e perciò di introdursi, in qualche modo, nel “mercato” artistico.

di Marina Fumagalli e Domenico Montalto

 

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1 Novembre 1987 by Domenico Montalto Marina Fumagalli Lascia un commento

UNA «VOCE» GIOVANE: LETIZIA FORNASIERI
Sentimento e tecnica in una pittrice 

Quella della trentaduenne milanese Letizia Fornasieri è una delle tante presenze, silenziose ma già solide, nella pittura italiana giovane (almeno per quanto riguarda l’anagrafe e il mercato). L’opera di quest’artista, che da due anni lavora solo sul grande formato, può dire molto circa le possibilità espressive di uno strumento — la spatola — da molti considerato demodé, ma che in realtà diviene prezioso quando si affronta il problema della forma, della consistenza, della matericità del soggetto rappresentato.
Nella pittura della Fornasieri infatti, gli oggetti più familiari e domestici — una porta, gli arredi di una stanza, una sedia, il piano disordinato di un tavolo — assumono una forza figurale e una scala autenticamente monumentale grazie anche all’impiego vigoroso e libero della spatola, nel tentativo (riuscito) di catturare una realtà che, come dice la stessa autrice, «chiede di essere dipinta quando si è capaci di amarla». Insomma, per la Fornasieri dipingere significa rispondere alla bellezza nascosta nella realtà più dimessa e ordinaria, scoprire gli oggetti e le forme come «donati» allo sguardo. Uno sguardo che si fa via via più profondo, fino a cogliere le qualità emozionali insite in una semplice porta come quella raffigurata qui a fianco (160 x 110). Come per tutte le altre opere della Fornasieri, si tratta di una tavola di listellare d’abete ben preparata con gesso acrilico e nere a olio diluito e quindi lasciato essicare. E una porta, questa, che vela e svela lo spazio china stanza forse momentaneamente vuota di presenze umane, ma sicuramente abitata dallo scorrere della vita con il suo dolore e la sua gioia.
Con un uso calibratissimo dei bianchi e un taglio prospettico apparentemente tradizionale ma in realtà sapiente come certi «scurti» degli antichi, l’autrice piega la materia pittorica al suo fine profondo che è principalmente rappresentativo: tende cioè a restituirci, con forza e pazienza, il lato spirituale delle cose.

di Domenico Montalto, Marina Fumagalli

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27 Giugno 1987 by Alberto Maffeo Lascia un commento

DIPINGERE CON LO SGUARDO

Amare l’oggetto, farlo vivere in un rapporto, considerarne la presenza: è un fatto eccezionale nel panorama artistico contemporaneo.
Ebbene, questo sguardo d’amore, rintracciabile più facilmente nella quotidianità di una casa è oggi quasi impossibile dall’astrazione intellettuale nella quale è costretta l’arte contemporanea, diventa evento centrale nell’opera di Letizia Fornasieri.
Guardare la sua pittura ci fa rendere conto di come la sua pittura si generi proprio da quello sguardo d’amante, e come proprio in quello sguardo stia tutta la novità, quella novità da molti inseguita come miraggio che giustifica tutto, in questo caso trovata senza quasi essere mai stata cercata. Certo, per chi ne ha voglia, è possibile trovare nelle sue tavole riferimenti noti come Cezanne, Van Gogh, Klein, ma non ci troviamo di fronte ad un’artista che cita o che «ricerchi» particolari rimandi, anche questi sono piuttosto «trovati».
Questa giovane pittrice più che ricercare afferma, più che rappresentare si mette in rapporto, il tutto con l’umiltà e la semplicità di chi vive così non solo il gesto artistico.
È stato impressionante scoprire questo osservando i suoi quadri (esposti fino a pochi giorni fa alla galleria S. Fedele di Milano) e notare addirittura come ogni cosa detta, ogni oggetto descritto abbia una identità propria e viva, precisa nella sua particolarità, che chiama in causa chi guarda il dipinto.
Ma nella quasi totale assenza della figura umana è straordinaria l’evocazione di una presenza, quasi a voler dire che una cosa c’è, esiste perché è guardata. Alcune opere in particolare lo affermano in modo evidente, ed il soggetto di questo sguardo non sta davanti al quadro, ma vive dentro di esso.
Ed ecco che le cose si animano in modo diverso come la «Sedia di Camillo» nella sua fissità o «La poltrona» che sembra muoversi, vibrare di vita propria.
Il colore, la stesura piatta, decisa, corposa, sottolinea tutto ciò componendosi a volte in modo sintetico, talvolta facendoci vedere un movimento che sta per accadere se non è appena avvenuto. «Parete tra due porte» fissa un punto e ne preannuncia altri due, presenti anche se non visibili: è vera a questo proposito la definizione di Cecilia De Carli nel suo scritto introduttivo al catalogo che definisce — il quotidiano monumentale, senza tempo, ma comunicabile in quanto profondamente nato nella solitudine. Ma è la solitudine normale di un incontro, di una esistenza non angosciata, di una umanità vissuta ma non rappresentata, eppure sempre presente.
«Interno con armadio» è addirittura la testimonianza di questa presenza in gesti compiuti (le foto appese nel loro naturale disordine-ordine) e dove lo spazio è quello di una persona che abita, che cammina, ma che sa guardare tutto ciò. Così «La sedia rossa» è il fermarsi in un istante di cose successe e che devono ancora accadere, i libri, le matite, i fogli sono frammenti, partecipano di una mutevolezza che può essere compresa e amata nell’istante.
Vi è una rigorosa continuità nella diversità dei soggetti che è data da una presenza umana costante, da uno sguardo che fissa un punto senza tuttavia stringere mai l’orizzonte. E allora il quadro stesso supera i limiti geometrici che lo definiscono facendoci comprendere come sia parte di una dimensione più grande che solo dentro le sue particolarità trova possibilità di espressione.

di Alberto Maffeo

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29 Maggio 1987 by Giorgio Mascherpa Lascia un commento

TERZAPAGINA/I FATTI DELL’ARTE

PANORAMA Un doppio Morlotti a Locarno, «Voglia di scultura» a Milano, Raciti e la Fornasieri anch’essi nel capoluogo lombardo

Ascoltatore della realtà

Nel naturalismo pittorico e nella sinfonia cromatica una panteistica immersione dell’uomo nella natura e tutto diventa simbolo

 

Fornasieri pittrice «nuova»

(g.m.) Se anche non l’avete mai sentita nominare, nemmeno quando ha vinto il premio al concorso «quadrogiovani» del San Fedele, nell’8X andate a vedere i suoi quadri esposti nella galleria, appunto, del Centro culturale San Fedele in Via Hoepli. Letizia Fornasieri è pittrice nata; ha il senso forte e deciso della composizione e il giusto sentimento del colore. Si potrà obiettare che i suoi quadri ricordano, come pittura e come taglio, «qualcuno» dei maestri ma a parte che a trentuno anni si può pure ricordare ancora «qualcuno» si tratta solo di impressioni, di visioni superficiali. Dentro, nel vivo del suo linguaggio cos’ forte c’è già una natura di gusto raffinato e perentorio, una pittura che già s’organizza in luci e ombre, contrappunti, armonie cromatiche con somma semplicità con un’energia e una forza sorprendenti, calibrando gli spazi scavando nel «piatto» e ricavandone inattese zone «d’aria», cogliendo con impagabile abilità taluni «interni» affastellati, la realtà quotidiana, insomma, di case di cui s’avvertono, oltre le apparenze anche odori e sapori. E ben dice Cecilia De Carli, in catalogo, che nella Fornasieri «mentre persiste da una parte l’intenzionalità di conservare l’apparenza della realtà fisica di ciò che si dipinge, dall’altra essa va adattandosi ad un’emozione d’ordine sensorio o spirituale che si accentua in una dimensione temporale».
La bella mostra ricca di quarantaquattro tra dipinti, disegni e pastelli, resterà aperta fino al 13 giugno.

di Giorgio Mascherpa

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