DIPINGERE CON LO SGUARDO
Amare l’oggetto, farlo vivere in un rapporto, considerarne la presenza: è un fatto eccezionale nel panorama artistico contemporaneo.
Ebbene, questo sguardo d’amore, rintracciabile più facilmente nella quotidianità di una casa è oggi quasi impossibile dall’astrazione intellettuale nella quale è costretta l’arte contemporanea, diventa evento centrale nell’opera di Letizia Fornasieri.
Guardare la sua pittura ci fa rendere conto di come la sua pittura si generi proprio da quello sguardo d’amante, e come proprio in quello sguardo stia tutta la novità, quella novità da molti inseguita come miraggio che giustifica tutto, in questo caso trovata senza quasi essere mai stata cercata. Certo, per chi ne ha voglia, è possibile trovare nelle sue tavole riferimenti noti come Cezanne, Van Gogh, Klein, ma non ci troviamo di fronte ad un’artista che cita o che «ricerchi» particolari rimandi, anche questi sono piuttosto «trovati».
Questa giovane pittrice più che ricercare afferma, più che rappresentare si mette in rapporto, il tutto con l’umiltà e la semplicità di chi vive così non solo il gesto artistico.
È stato impressionante scoprire questo osservando i suoi quadri (esposti fino a pochi giorni fa alla galleria S. Fedele di Milano) e notare addirittura come ogni cosa detta, ogni oggetto descritto abbia una identità propria e viva, precisa nella sua particolarità, che chiama in causa chi guarda il dipinto.
Ma nella quasi totale assenza della figura umana è straordinaria l’evocazione di una presenza, quasi a voler dire che una cosa c’è, esiste perché è guardata. Alcune opere in particolare lo affermano in modo evidente, ed il soggetto di questo sguardo non sta davanti al quadro, ma vive dentro di esso.
Ed ecco che le cose si animano in modo diverso come la «Sedia di Camillo» nella sua fissità o «La poltrona» che sembra muoversi, vibrare di vita propria.
Il colore, la stesura piatta, decisa, corposa, sottolinea tutto ciò componendosi a volte in modo sintetico, talvolta facendoci vedere un movimento che sta per accadere se non è appena avvenuto. «Parete tra due porte» fissa un punto e ne preannuncia altri due, presenti anche se non visibili: è vera a questo proposito la definizione di Cecilia De Carli nel suo scritto introduttivo al catalogo che definisce — il quotidiano monumentale, senza tempo, ma comunicabile in quanto profondamente nato nella solitudine. Ma è la solitudine normale di un incontro, di una esistenza non angosciata, di una umanità vissuta ma non rappresentata, eppure sempre presente.
«Interno con armadio» è addirittura la testimonianza di questa presenza in gesti compiuti (le foto appese nel loro naturale disordine-ordine) e dove lo spazio è quello di una persona che abita, che cammina, ma che sa guardare tutto ciò. Così «La sedia rossa» è il fermarsi in un istante di cose successe e che devono ancora accadere, i libri, le matite, i fogli sono frammenti, partecipano di una mutevolezza che può essere compresa e amata nell’istante.
Vi è una rigorosa continuità nella diversità dei soggetti che è data da una presenza umana costante, da uno sguardo che fissa un punto senza tuttavia stringere mai l’orizzonte. E allora il quadro stesso supera i limiti geometrici che lo definiscono facendoci comprendere come sia parte di una dimensione più grande che solo dentro le sue particolarità trova possibilità di espressione.
di Alberto Maffeo