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30 Marzo 1989 by Cecilia De Carli Lascia un commento

Letizia Fornasieri
Questa quotidianità così misteriosa

Lungimiranza e intelligenza descrivono l’iniziativa dell’Assessorato alla Cultura di Monza nella sua decisione di aprire con la mostra di Letizia Fornasieri (fino all’8 aprile) uno spazio, quello del Salone Ex Poste, all’attenzione dei giovani artisti, ma più propositivamente «alla passione di conoscere e capire il tempo presente».
È questo tra l’altro, il senso della grande, nuova figurazione della Fornasieri che trasmette nelle sue tavole un vigore espressivo davvero singolare che nasce anche dal contrasto di farsi incontrare nella quotidianità più apparentemente scontata: gli oggetti di una piccola realtà domestica, quasi
matafisicizzati nelle prime prove di Letizia e poi il lento incedere in una serie di spazi interni, dove la presenza della persona mai raffigurata, si rivela nella riconoscibilità pregnante di uno svelamento della sua intimità, discreta e allo stesso tempo tesa e carica di mistero. Lo svolgersi di questa maturazione, quasi lo schiudersi progressivo di una nuova possibilità di relazione con la realtà, varcata, questa volta nello stridente, consumato mondo urbano. È la nuova serie di oli sulla metropolitana, dove nell’anonimità del posto più pubblico del mondo, la Fornasieri ritaglia il suo personalissimo incontro con un altro vissuto.

Oggi, meglio di due anni fa, quando ebbi l’occasione di presentare alla Galleria S. Fedele la sua prima personale, mi rendo conto che la nuova figurazione della Fornasieri non ha nulla a che fare con la tradizione illustrativa della pittura, con un ritorno spesso consolatorio dell’immagine di tanta arte attuale che piace, in questo ultimo scorcio di secolo un po’ malato, per la sua ridondanza.
La stessa
Bossaglia, che insieme a Paolo Biscottini presenta questa seconda personale della pittrice, non può fare a meno di annotare, dopo avere avvicinato le sue tavole alla tangenza di alcuni fatti culturali (dall’attenzione fiamminga per il particolare fino a una nuova percezione dell’immagine passata attraverso la pop, l’astrazione concettuale e ulteriormente la percezione fisica di essa), che la Fornasieri «non fa con la pittura un discorso interno alla pittura, ma la usa davvero come “mezzo” espressivo e conclude dicendo «non sono opere davanti alle quali si possa passare disattenti».
Ugualmente Biscottini che, nel suo testo, interpreta la pittura della Fornasieri tutta sul, concetto di soglia, nel suo senso letterale, simbolico e anche mistico, resta colpito da questo profondo realismo espressivo.
Se la mostra della Fornasieri è un «nuovo» che va controcorrente, la piccola, ma preziosa mostra che a Milano presenta in questi giorni la Galleria Arte-Centro su
Leppien, Notíveau, Levedag, tre artisti del Bauhaus dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, rappresenta una scelta di qualità altrettanto controcorrente oggi che questo compatto programma artistico sembra essersi completamente eclissato o comunque frantumato in tante piccole schegge ben meno significative.
I tre artisti, che in modo diverso, partecipano al Bauhaus, ne rappresentano diversamente la ricchezza e la genialità per la capacità che questo ebbe di essere contemporaneamente luogo di ricerca e di didattica, nell’intento di rendere possibile un processo che fuori da ogni pregiudizio accademico potesse riagganciare l’artista, pur connesso al sistema delle arti e dell’artigianato, al mondo produttivo. Questo lo si può seguire molto bene nel convincente testo di Alberto
Veca che, di questa congiuntura, ripropone una lettura che, proprio perché storica, «non può che segnalare conflittualmente la radice d’opposizione che risulta comune a quanti hanno partecipato al Bauhaus» e che in fondo sono stati fin dall’inizio confinati e quindi resi inoffensivi dalle aule di scuola.

di Cecilia De Carli

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