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31 Dicembre 2003 by Domenico Montalto Lascia un commento

Fornasieri, la pittura come grazia
di Domenico Montalto

C’è una presenza che si impone come necessaria, nei quadri di Letizia Fornasieri, pittrice milanese giunta indubbiamente alla maturità dei suoi esiti, da assegnare alla pleiade della migliore figurazione d’oggi. E la presenza imperiosa, necessitante appunto – ma quotidiana e persino domestica – della realtà; della vita; di quell’a priori che lo sguardo dell’artista – se reso limpido dalla grazia sa accogliere quale dono, quale hic et nunc in cui si realizza e compie la promessa non vana della felicità. Chi scrive conosce la Fornasieri e il suo lavoro da quasi vent’anni, pur non avendola mai frequentata. Ma chi ama l’arte sa che c’è una conoscenza che va aldilà delle parole e dei gesti, toccando direttamente il cuore, e che diviene perciò riconoscenza. Perché nella pittura, ed è il caso della Fornasieri, l’ordinarietà dei nostri giorni assume statuto di poesia, ovvero si riveste di canto e di purezza, come una sposa. Da tanti anni, fedele al riconoscimento di quel dono, di quella gratuità, Letizia «racconta» le apparenze più dimesse e comuni: l’intimità dello studio e della casa, la quiete degli oggetti in posa, lo scenario urbano di una Milano ingombra di tram e di automobili, le note sembianze di amici e familiari. Non per nulla, riconoscimento e riconoscenza condividono il medesimo etimo: la «cara beltà» della vita, nell’offrircisi ad ogni istante, ci urge – quasi nostro malgrado – a esser più generosi e buoni. Forse è questo l’amore cristiano, o la carità, di cui l’arte è buona ancella. Tutto ciò, nel dipingere della Fornasieri, si traduce in una spatolata intrisa di colore – mai troppo colore, solo quel che basta – e soprattutto di luce, come se la luce fosse consostanziale alle cose. Il critico Flavio Arensi, esercitando il magistero dell’intelligenza, scopre una realtà «composta di mistero e dedizione» nei dipinti recenti di quest’artista che per la serietà del suo lavoro ha senz’altro onorato Milano, come del resto confermano i fatti: nel 1995 ha vinto il premio di pittura “Dalla Zorza” indetto dalla storica galleria Ponte Rosso; ha riscosso l’interesse di scrittori come Luca Doninelli e Aurelio Picca; è stata apprezzata da Lawrence Rubin, mercante di caratura internazionale; una sua bellissima Via Crucis è stata scelta per decorare la nuova chiesa milanese di Gesù a Nazareth; infine, sue opere si trovano presso la galleria Barbara Behan” a Londra. Ora, la Regione Piemonte – anticipando la natìa Lombardia-rende omaggio a Letizia Fornasieri ospitandone una personale a Torino presso il circolo Piemonte Artistico Culturale (fino al 24 gennaio; tel. 011/8126601). Paesaggi necessari s’intitola opportunamente questo florilegio di olii su tavola (nella foto: «Albero»), una trentina di medio formato, tutti soggetti metropolitani sospesi fra sollievo e tormento. Perché necessità, anzi letizia, è la pittura per Letizia.

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1 Dicembre 1988 by Domenico Montalto Lascia un commento

Impara l’Arte

di Marina Fumagalli e Domenico Montalto

Milano è una primadonna. Quando le si presenta l’occasione, non rinuncia mai a far parlare di sé. Time e Le Monde le dedicano copertine accreditando l’immagine di una città dinamica, aperta, tentacolare. Capitale internazionale della moda, leva economica e finanziaria, ineccepibile organizzatrice di meeting culturali, vetrina piena di novità, di attrazioni per chi la abita e per chi la visita, Milano vive da qualche tempo una stagione artistica di grande qualità.

Tanto che si parla di Milano come capitale internazionale dell’arte contemporanea tout-court, ovvero delle principali novità presenti sul nostro panorama artistico nazionale. Sembra che sia riuscita, o stia riuscendo a sottrarre il monopolio a città come Roma, Venezia, che non dimentichiamo è la sede della Biennale, e forse a Parigi. Nella corsa per accaparrarsi una fama di “piazza” nel mercato artistico, essa è in lizza con città della levatura di Londra, di Basilea, se parliamo a livello europeo, e di New York, se dell’Europa varchiamo i confini. Milano è del resto città che fa opinione. Difatti, una serie di favorevoli congiunture, non ultimo un mercato artistico estremamente vivace e disposto a quel raffinatissimo mezzo di investimento che è il collezionismo, anche amatoriale, ha riattivato un interesse e un campo che sembrava destinato ai soli addetti ai lavori, galleristi e critici. Il fenomeno arte-artista sembra oggi interessare una sempre maggior schiera di persone prese da un desiderio irresistibile di essere aggiornate, di conoscere e magari discutere delle tendenze culturali. Non solo, ma benefico influsso di questa vivacità si fa sentire anche tra gli stessi artisti, giovani per lo più, che avvertono in ciò una possibilità di proseguire nel loro lavoro. Capita, perciò, che a Milano, tra gli “esordienti”, non ci siano solamente quelli che a Milano sono nati e qui poi hanno intrapreso gli studi, ma anche altri che “milanesi” si autodefiniscono da quando in città è avvenuto, in una delle numerosissime gallerie, il loro ingresso nel mondo dell’arte. Questo è un ennesimo riscontro della creatività nascosta in questa nostra città. Fra i “saranno famosi” dell’arte ne scegliamo allora alcuni, per la loro qualità. È il caso di Carlo Steiner, trentunenne scultore originario di Terni, o di Fausto Faini, pittore, classe 1955 che a Firenze, dove è nato, aveva frequentato per un certo periodo di tempo l’Accademia senza però terminarla. Stefano Arienti, Letizia Fornasieri e Giovanni Frangi sono invece nati e da sempre lavorano a Milano. Ciascuno di loro è una storia a sé: diverse mostre collettive, per alcuni anche delle personali. Tra loro hanno poco in comune. Non si inseriscono in alcuna tendenza precisa, ma ognuno si configura con precisione per un linguaggio personale.

Per quanto riguarda le tecniche, i giovani più “tradizionali” sono proprio Frangi, Faini, la Fornasieri: i primi due usano i colori a olio su tela, mentre la Fornasieri preferisce la tavola, su cui lavora con la spatola. Ben più importante sarà il dire che nemmeno alla propria tecnica si sentono supinamente vincolati, tant’è che ciascuno poi propone delle varianti. Frangi per esempio ricorre anche al pastello, soprattutto per i ritratti. Faini prima di agire sulla tela, solitamente di notevoli dimensioni, lavora sulla fotografia; sembra che questo lo aiuti a riflettere sul soggetto che si è scelto.

Letizia Fornasieri, uscita dall’Accademia di Brera dopo aver frequentato sia il liceo scientifico che quello artistico, lavora in città da parecchi anni. Inizialmente concentratasi sulle nature morte d’ispirazione domestica e familiare di piccole dimensioni, ha ora imboccato la strada della rappresentazione concepita su scala monumentale, preludio necessario, in parte, a una sofferta trattazione del soggetto umano, colto nella sua solitudine esistenziale. Numerosi sono gli esemplari di vedute della metropolitana, di autobus e filovie guardate a volte come da lontano. Le stesse nature morte sono diventate a loro volta monumentali, ma non solo per una questione di centimetri. Certe sue sedie, infissi, stipiti e tavoli richiamano alla mente Matisse. Questa pittrice, vincitrice di diversi primi pittorici, con alle spalle una personale alla galleria S. Fedele, dove ha riscosso un buon successo, sembra da poco aver compreso l’importanza di proseguire con altre esposizioni e perciò di introdursi, in qualche modo, nel “mercato” artistico.

di Marina Fumagalli e Domenico Montalto

 

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