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1 Settembre 2009 by Marina Corradi Lascia un commento

LA STRANA FAMILIARITÀ DI QUEL TAXI

E’ un taxi. Giallo, di quelli che giravano a milano qualche anno fa. Aquila 42 si chiama il quadro di Letizia Fornasieri esposto a Mantova, a Palazzo del Tè, con gli altri della mostra “La gloria di una giornata qualunque”.
A prima vista, dicevo, lo si direbbe semplicemente un taxi, colto forse nell’attimo di una sosta, mentre aspetta sotto un portone un cliente; in una via di Milano stretta, grigia, quasi, nella prospettiva, sbilenca. Sopra, un trapezio di cielo incerto, biancastro, quel cielo senza tempo che Milano si mette sia in primavera che d’inverno. Tra il cielo e l’asfalto, fili della corrente, della luce, ragnatela sulla città, che la avvolge come l’ordito di una tela. E insomma nel quadro non c’è altro che quattro case – forse un po’ troppo chine sui marciapiedi, a sorvegliare noi che passiamo – e il cruscotto del taxi con il vetro oscurato, che non permette di vederne i passeggeri. Tuttavia, perché lo sguardo ti ci si incolla addosso, e non si stacca?
È che quel taxi ha un’aria enigmatica. Mi ricorda qualcosa. Non saprei cosa, ma direi dolorosa. O comunque la confusa memoria di un’attesa. È forse quello con cui sono corsa all’ospedale, da mio padre, una mattina, incredula che davvero fosse morto? O è quello invece con cui in un’ora fonda della notte siamo andati, noi due, alla Mangiagalli, io sbalordita dalle doglie del primo parto? In ogni caso è un taxi di ore gravi, di tragitti muti, mentre dalla radio fuoriescono e svolazzano parole leggere che non ascolti. Quanto è? Grazie. Lo sportello che sbatte secco alle spalle, e tu che vai. Da oggi non sarà più come domani.
Quell’Aquila 42, pensi soppesandone ancora la mole larga, un po’ invasiva, non è un taxi normale, svagato, da corsa alla stazione per andare in vacanza. Col suo abitacolo buio sembra un appuntamento già fissato. È un taxi che incrocia, e scioglie e lega destini.
Complice, probabilmente, di quel Tram, anche lui esposto al Palazzo del Tè. Arancione. Con quel muso così storto e sfacciato, come certi ceffi della mala di una volta. Così incombente addosso che quasi esce dalla tela, sfrontato. E anche lui coi vetri assolutamente oscuri. Né conducente, né passeggeri. Nessuno. Ammesso che poi davvero trasporti dei passeggeri. E non s’avvii perfettamente vuoto, solo, per la città, fantasma di lamiera obbediente sui binari consueti.
Sia il tram che il taxi escludono figure umane. Per questo nelle tele Milano è così vera: è la città assente, la folla di noi, che non alziamo gli occhi a guardarci. E tuttavia, in quei vetri neri che percezione di assenza, e di misteriosa attesa. Attesa di chi, di che cosa? Di un volto, che ci veda e ci riconosca. Attesa che le facciate di cemento rivelino la casa di un amico: che ci abbracci in un lutto, che sia felice, perché tuo figlio è nato. Mentre, sbam, ti sembra di sentirla quella portiera che sbatte di Aquila 42. Paesaggio urbano con deserto. Quel deserto che, diceva Eliot, «è pressato nel cuore della metropolitana».

di Marina Corradi

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1 Aprile 2006 by Marina Corradi Lascia un commento

LA VITA CHE SI MUOVE SOTTO LA VITTORIA DELLA MORTE

È intitolato”Al mattino, schierati”. È una tela a olio della pittrice Letizia Fornasieri. È un qua­dro dai colori spenti dell’inverno. Molto grande. È un angolo di giardino – lo si direbbe uno di quei giardini stretti di certe villette alla periferia di Milano – in una mattina forse di metà febbraio. Una decina di alberelli che paiono alberi da frutta, nel loro vaso in attesa d’essere trapiantati, se ne stanno allineati vicini, come un piccolo eser­cito. Sono esili, neri e spogli i rami sottili. Portano ancora appeso il cartellino che specifica la specie, e il frutto che ne verrà. Perché a guardarli certo non lo si potrebbe capire – così fragili, così scheletriti dall’inverno. Gli alberelli da vivaio disciplinatamente schierati nella mattina che s’immagina ancora molto fredda sono germogli, embrioni, promesse. Creature così da niente che si fatica a credere che metteranno radici, e foglie e fiori e frutti. Tuttavia, quel loro starsene lì diritti nell’aria ghiacciata di un febbraio mattina ha qualcosa, pure nell’apparire così inermi, di fiero. Come affermassero, pure magri, pure poveri e neri: noi germoglieremo, noi vivremo, noi daremo frutti.
Sotto ai vasi in fila c’è ancora la neve. La neve sporchiccia e giallastra di quando è nevica­to ormai da tanto, e l’aria fuligginosa della città ha corrotto la coltre originariamente candida. Ma quella vecchia neve mezza ghiacciata splende di una tenue luce giallina. È, esattamente, la luce di quelle mattine di metà febbraio a Milano in cui il sole, pure stentato, è già un po’ più alto nel cielo. Pallido, ma già annunciante un ritorno che la gente intabarrata per strada quasi non coglie ancora – quasi non osa, nell’aria ancora tagliente, sperare.
E tutto il quadro è come un’attesa. L’istante, individuato e fermato per sempre su una tela, in cui l’inverno, pure al culmine, cede. E mentre tutta l’esteriorità pare affermare ancora la vittoria del gelo e della morte, qualcosa – quella luce giallina, o anche solo l’ardimento dei piccoli alberi diritti – dice già, a chi lo vuole intendere, che le linfe cominciano a muoversi nei rami duri. Che ricomincia, la vita nuova. Per questo, crediamo, davanti a questo quadro può accadere di restare dieci minuti, zitti. Ti dice qualcosa che all’inizio non comprendi, eppure sai di conoscere bene. Continui a guardarlo. È un’attesa quel giardino d’inverno. È una domanda. È – capisci finalmente – una preghiera.

di Marina Corradi

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