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31 Maggio 2012 by Ferruccio Gattuso Lascia un commento

FUOCO INCROCIATO – IL DIBATTITO – dossier il lavoro che cambia
(estratto dell’articolo: le risposte del musicista Gaetano Liguori non sono state riportate)

Qual e’ il confine tra l’importanza di sviluppare il proprio talento e la necessita’ di svolgere una professione richiesta dal mercato?

Ho disegnato fin da piccola e ringrazio di aver avuto un padre che ha sempre cercato di capire quali doti avessimo i miei fratelli ed io. Fece provare il pianoforte ad alcuni dei miei fratelli e infatti uno di loro e’ pianista; per me capi’ che avevo questo dono del disegno. In terza media mi regalo’ la prima scatola di colori ad olio e cosi’, da sola, cominciai l’avventura della mia vita. Ai giovani dico che fondamentale e’ capire quali siano le proprie inclinazioni, ma e’ anche importante tenere presente gli altri e le necessita’ della comunita’ in cui si e’ inseriti. Il problema principale per la persona, ad ogni eta’ e qualunque cosa faccia, e’ riconoscere quale sia il proprio posto nel mondo. Quasi nessuno, oggi, dice ai giovani che la vita e’ un compito! Si puo’ fare anche un lavoro qualsiasi, anche qualcosa per cui non ci si sente adatti ma, credo, una persona deve al mattino alzarsi con questa voglia di “rispondere” al mondo che c’e’ attorno. Il lavoro dell’artista e’ analogo a quello del metalmeccanico, che desidera montare a dovere una carrozzeria.

Quale lavoro avrebbe intrapreso se non avesse avuto successo nel mondo dell’arte?
Qual e’ stato il suo primo impiego?

Non so se io ho avuto successo, so che fino ad ora posso mantenermi con il mio lavoro, la pittura, e me ne sorprendo, perche’ diversi miei compagni di Accademia non lo possono fare. Come primo impiego ho insegnato per quindici anni, subito dopo gli studi all’Accademia di Brera. Ma ho sempre cercato un insegnamento part-time, per avere il tempo necessario di dipingere. Ho rifiutato il posto di ruolo al liceo artistico perche’ volevo mettermi alla prova, verificare se il mio compito nella vita era dipingere.

In alcuni settori, come l’artigianato, l’esperienza in bottega resta centrale dal punto di vista della formazione. Come migliorerebbe l’apprendistato?

Certi lavori, piu’ di altri, hanno bisogno di un apprendistato e di una esperienza di bottega. Le cose non si imparano da soli: se uno vuol giocare bene a pallone deve “rubare” al piu’ bravo, imitarlo, coglierne i segreti e infine aggiungervi i suoi. Non so in che modo migliorerei l’esperienza in bottega ne’ come siano disciplinate le scuole professionali, ma sicuramente le incrementerei, perche’ il contatto con la materia si sta perdendo, e si stanno perdendo alcuni tipi di lavoro artigianale che invece danno una gioia particolare nel guardare il proprio prodotto, uscito dalle proprie mani. Certo, ora ci deve essere anche una formazione informatica, che permette di sviluppare il lavoro in modo piu’ veloce.

Quale crede sia il maggiore valore aggiunto insito nel fatto di poter apprendere un lavoro?

Apprendere un lavoro e’ un’avventura, non ci sono ricette precostituite. Sicuramente, un valore aggiunto sono i rapporti personali: nel mio campo molto dipende dagli incontri che si fanno. Pur tenendo conto che si devono avere delle qualita’, il riconoscimento pubblico non e’ detto che arrivi. Tanti professionisti dovrebbero trasmettere ai giovani le proprie conoscenze e recepire quelle intuizioni che sicuramente una generazione piu’ giovane si porta con se’. Io credo di poter affermare di non aver avuto un maestro. L’importante e’ avere una domanda rispetto al proprio “fare”, io dico sempre ai giovani che vengono a chiedermi un giudizio: Ma tu che cosa vuoi dal tuo lavoro, dalla tua vita?

Qual il suo consiglio per i ragazzi italiani che hanno terminato le scuole medie o quelle superiori?

Credo che la cosa piu’ importante sia avere intorno adulti e amici solidi, con cui verificare i propri desideri, a cui chiedere di essere accompagnati nella scelta di un tipo di studio o di lavoro. Bisogna pero’ anche osare, per perseguire un sogno, un desiderio. E questo i giovani, alcuni che ho conosciuto almeno, fanno fatica a farlo. Non osano.

di Ferruccio Gattuso

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31 Maggio 2012 by Ferruccio Gattuso Lascia un commento

Ognuno ha un compito. Imparare è un’avventura

LETIZIA FORNASIERI. Pittrice milanese, diplomata alla Accademia di Brera, Letizia Fornasieri in gioventù è stata a stretto contatto col paesaggista statunitense William Congdon. Nel 1995 ha vinto il premio Carlo Dalla Zorza. Il suo quadro “Milano – Tram” è presente presso la collezione di Palazzo Madama. Nella chiesa Gesù a Nazareth nel quartiere Adriano di Milano è collocata la sua imponente opera “Via Crucis”

 

Qual è il confine tra l’importanza di sviluppare il proprio talento e la necessità di svolgere una professione richiesta dal mercato? «Ho disegnato fin da piccola e ringrazio di aver avuto un padre che ha sempre cercato di capire quali doti avessimo i miei fratelli ed io. Fece provare il pianoforte ad alcuni dei miei fratelli e infatti uno di loro è pianista; per me capì che avevo questo dono del disegno. In terza media mi regalò la prima scatola di colori ad olio e così, da sola, cominciò l’avventura della mia vita. Ai giovani dico che fondamentale è capire quali siano le proprie inclinazioni, ma è anche importante tenere presente gli altri, le necessità della comunità in cui si è inseriti. Il problema principale per la persona, ad ogni età e qualunque cosa faccia, è riconoscere quale sia il proprio posto nel mondo. Quasi nessuno, oggi, dice ai giovani che la vita è un compito! Si può fare anche un lavoro qualsiasi, anche qualcosa per cui non ci si senta adatti ma, credo, una persona deve al mattino alzarsi con questa voglia di “rispondere” al mondo che ci è attorno. Il lavoro dell’artista è analogo a quello del metalmeccanico, che desidera montare a dovere una carrozzeria».

Quale lavoro avrebbe intrapreso se non avesse avuto successo nel mondo dell’arte? Qual è stato il suo primo impiego? «Non so se io ho avuto successo, so che fino ad ora posso mantenermi con il mio lavoro, la pittura, e me ne sorprendo, perché diversi miei compagni di Accademia non lo possono fare. Come primo impiego ho insegnato per 15 anni, subito dopo gli studi all’Accademia di Brera. Ma ho sempre cercato un insegnamento part-time, per avere il tempo necessario per dipingere. Ho rifiutato il posto di ruolo al liceo artistico, perché volevo mettermi alla prova, verificare se il mio compito nella vita era dipingere».

In alcuni settori, come l’artigianato, l’esperienza in bottega resta centrale dal punto di vista della formazione. Come migliorerebbe l’apprendistato? «Certi lavori, più di altri, hanno bisogno di un apprendistato e di un’esperienza di bottega. Le cose non si imparano da soli: se uno vuole giocare bene a pallone deve “rubare” dal più bravo, imitarlo, coglierne i segreti e infine aggiungervi i suoi. Non so in che modo migliorerei l’esperienza in bottega né come siano disciplinate le scuole professionali, ma sicuramente le incrementerei, perché il contatto con la materia si sta perdendo, e si stanno perdendo alcuni tipi di lavoro artigianale che invece danno una gioia particolare nel guardare il proprio prodotto, uscito dalle proprie mani. Certo, ora ci deve essere anche una formazione informatica, che permette di sviluppare il lavoro in modo più veloce».

Quale crede sia il maggiore valore aggiunto insito nel fatto di poter apprendere un lavoro? «Apprendere un lavoro è una avventura, non ci sono ricette precostituite. Sicuramente, un valore aggiunto sono i rapporti personali: nel mio campo molto dipende dagli incontri che si fanno. Pur tenendo conto che si devono avere delle qualità, il riconoscimento pubblico non è detto che arrivi. Tanti professionisti dovrebbero trasmettere ai giovani le proprie conoscenze e recepire quelle intuizioni che sicuramente una generazione più giovane si porta con sé. Io credo di poter affermare di non aver avuto un maestro. L’importante è avere una domanda rispetto al proprio “fare”, io dico sempre ai giovani che vengono a chiedermi un giudizio: ma tu, cosa vuoi dal tuo lavoro, dalla tua vita?»

Qual è è il suo consiglio per i ragazzi italiani che hanno terminato le scuole medie o quelle superiori? «Credo che la cosa più importante sia avere intorno adulti e amici solidi, con cui verificare i propri desideri, a cui chiedere di essere accompagnati nella scelta di un tipo di studio o di lavoro. Bisogna però anche osare, per proseguire un sogno, un desiderio. E questo i giovani, alcuni che ho conosciuto almeno, fanno fatica a farlo. Non osano».

di Ferruccio Gattuso

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