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1 Dicembre 2000 by Massimo Camisasca Lascia un commento

Torniamo alle cose

Nel capoluogo lombardo, un’esposizione di quadri di Letizia Fornasieri. Squarci metropolitani e oggetti quotidiani. Il compito dell’arte? Fare recuperare uno sguardo originale sulla realtà

Ci sono pittori che hanno messo al centro della loro attenzione la figura umana: è questo un frutto della risoluzione portata nell’arte dall’Evento dell’Incarnazione. Altri artisti, invece, si sono fatti espressione della natura, della sua grandezza, delle sue luci e delle sue voragini. Altri ancora hanno cantato le cose, nella loro infinita gamma di significati in rapporto alla vita. Anche in questo caso l’occhio che guarda e sente è sempre l’occhio dell’uomo. Anche quando non c’è, quando non appare sulla tela o sull’intonaco, è a lui e da lui che tutto nasce e si orienta. Quest’ultimo pensiero si è rivelato, infine, dominante guardando e lasciandomi penetrare dalle tele di Letizia Fornasieri.

Senza eliminare nulla
Se dovessi perciò pensare un titolo riassuntivo, il più semplice possibile, per il complesso delle opere della sua ultima fase di maturazione (quello documentato dalla mostra in corso a Milano), lo esprimerei così: le cose e l’uomo. L’arte, infatti, ha un compito primario: aiutare l’uomo a uscire dall’abitudine, dallo scontato, dal già visto, cercare di far recuperare alla persona quello sguardo spalancato e ingenuo che ella aveva quando è uscita dalle mani del Creatore. Ma senza cancellare il peso della vita, senza eliminare il sangue, la lotta, le ombre che l’avviluppano e la condizionano. Uno sguardo positivo dentro la battaglia di ogni giorno. Questo mi sembra lo spirito di Letizia Fornasieri e dei suoi quadri, uno sguardo che ci apre a dimensioni non ancora esplorate nella compagnia delle cose all’uomo.
È sorprendente come anche nel campo della pittura sembrerebbe impossibile dire qualcosa di nuovo, di veramente originale. Questo è il dono del vero artista, quando raggiunge la maturità di una parola sintetica, quando arriva cioè a percepire in sé quella sillaba unica, irripetibile, che solo lui può dire. Letizia ci avvicina le cose, nella loro totalità o semplicemente in alcuni loro particolari, per obbligarci a riconoscerle. «Torniamo alle cose» aveva scritto Husserl. Così nella pittura della Fornasieri esse smettono di essere puri oggetti, dimenticati in un angolo, e diventano soggetti, interlocutori. Nelle sue opere si capisce che ci troviamo nell’era che ha già visto le cose rivivere nei cartoni animati e che ora penetra, attraverso i computer, fin dentro le fibre di ogni oggetto. Ma l’arte della Fornasieri è l’opposto della virtualità.

La città e la casa
Cerchiamo ora di accostarci a qualcuna delle tele esposte. Tram, Taxi giallo n. 2. Il palo giallo, Semafori accesi occupano una parte importante delle parole di Letizia. Il protagonista è la città, la nostra Milano (l’arte della Fornasieri e inequivocabilmente lombarda). Da un balcone o forse semplicemente dalla sua finestra la pittrice guarda l’intrico delle case, delle automobili, dei fili della luce e dei tram. Sembra di sentire le voci, i rumori, i clacson. Le strade sono sempre intasate. Eppure esse sono anche “abitate”: il tram arancione, il taxi giallo (o il palo giallo che lo sostituisce), i semafori, sono fonti di luce nel grigio nebbioso. Una luce che fa pensare all’opera stessa dell’artista, alla sua stessa persona. Annetta, invece, ci riporta all’interno di una casa, la casa di Letizia, abitazione che è apparsa in passato nel particolari di tanti altri quadri. Qui troviamo su un tavolo piccoli oggetti che diventano giocattoli. Sembrano animarsi per una bambina che sta per armare. Le cose di tutti i giorni (come Tazza a pois) vengono riscattate dal loro contenuto plebeo e rese capaci di far da compagne di viaggio di tutta una vita. E oltre. In queste ultime sue prove. Letizia Fornasieri raggiunge una chiarezza e una forza espressiva nuova. Ha assimilato dentro di sé lo sguardo del cinema, della televisione e del computer e ne ha vinto le spinte voyeuristiche per restituirci una umiltà degli oggetti che è assoluta contemporaneità alle viicende dei nostri fratelli.

di Massimo Camisasca

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