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10 Marzo 2026 by James Rubin Lascia un commento

“DALLA CINA/ L’arte figurativa italiana contemporanea in mostra a Pechino, un successo “oltre lo specchio”

 

Si chiude oggi la mostra “Beyond the Mirror” al Guardian Art Center di Pechino. Cento opere che hanno presentato un’Italia contemporanea ricca di storia
Mentre il modo si distanzia in tante sue parti e nuove faglie si aprono di continuo, l’arte e la cultura sono sempre all’opera, come un torrente carsico, per un incontro a un altro livello, che, come spesso è accaduto, apre dei sentieri non solo per strade del futuro, ma per un effettivo avvenimento dal quali non si torna indietro, perché oggettivamente tocca qualcosa dell’umano, della fisionomia reale e profonda che c’è in ciascun uomo.
È quello che tanti testimoni hanno raccontato della mostra Beyond the Mirror che si chiude oggi a Pechino, al Guardian Art Center, che ha portato nella capitale cinese una ventata di atmosfera italiana, nelle opere di undici tra i più rinomati pittori figurativi del panorama nazionale contemporaneo.
L’arte figurativa ha una lunga tradizione in Italia. Dalle pitture pompeiane ai fondi oro medievali, al Rinascimento, al Manierismo e al Barocco, non c’è stata epoca in cui l’Italia non fosse protagonista della pittura figurativa e del dialogo con altre culture, europee e non. Pensiamo a padre Matteo Ricci che introdusse l’arte e la cultura occidentale nel Celeste Impero, ma anche al meno conosciuto e vero artista Giuseppe Castiglione (Milano, 1688 – Pechino, 1766), anch’egli gesuita, che fu il pittore più famoso alla corte Qing col nome di Lang Shining. Anche nel Novecento l’Italia ha continuato a primeggiare in questo campo, come nel contemporaneo.
Un’autentica élite artistica, quella che ha campeggiato sulle grandi e modernissime superfici del prestigioso Guardian Art Center, un avveniristico centro museale progettato dall’architetto tedesco Ole Scheeren. Un gruppo di diverse inclinazioni e certificato da centinaia di mostre pubbliche, premi e riconoscimenti. I nomi? Andrea Chiesi, Valentina D’Amaro, Letizia Fornasieri, Giovanni Frangi, Massimo Giannoni, Alessandra Giovannoni, Raffaele Minotto, Tommaso Ottieri, Alessandro Papetti, Francesco Santosuosso, Velasco Vitali.
La mostra ha aperto i battenti il 15 dicembre alla presenza del sindaco di Pechino, sig. Yin Yong, e delle autorità diplomatiche italiane con una sontuosa cerimonia di inaugurazione organizzata dallo stato maggiore politico e culturale della provincia di Liaoning, sponsor dell’operazione. Scopo dichiarato, consolidare i rapporti di interscambio tra la grande regione del nordest e il nostro Paese. Erano presenti, oltre alle numerose autorità politiche, la rappresentanza diplomatica italiana e molti degli operatori cinesi attivi nel campo dell’organizzazione di mostre e di gestione dei rapporti internazionali di università e accademie d’arte.
Gli undici artisti presenti in mostra sono simili per la scelta di un linguaggio artistico accessibile, ma diversi nella sua interpretazione: Minotto, Ottieri, D’Amaro, Chiesi e Santosuosso hanno uno stile più veristico; Giannoni preferisce intervenire sulla materia pittorica; Fornasieri, Papetti, Frangi, Velasco e Giovannoni descrivono il reale e lo trasformano in modo molto personale. Le opere esposte sono state più di cento, quasi tutte di grande formato e riteniamo che possano nell’insieme avere ottenuto un duplice effetto di coerenza e varietà, e aver mostrato al pubblico cinese un aspetto importante della produzione artistica recente. La descrizione di luoghi, paesaggi e architetture contribuirà inoltre a una conoscenza dell’Italia come nazione ricca di bellezza e di storia.
Il luogo espositivo, il Guardian Art Center, si trova a pochi passi dalla Città Proibita ed è l’emblema di quell’architettura di assoluta avanguardia che caratterizza lo sviluppo della capitale cinese.
Su una superficie di oltre duemila metri quadri i pittori italiani sono stati accolti da un’inedita marea di visitatori, trentamila dopo appena un mese. Compreso il nostro ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha voluto visitare la mostra nel corso di una visita di Stato in compagnia dell’ambasciatore Massimo Ambrosetti.
La copertura nei media cinesi può essere considerata eccezionale in termini di volumi e di qualità, insolita per una mostra di questo genere, con un altissimo livello di gradimento.
La mostra si è chiusa con un bilancio superiore a qualsiasi attesa e ha consentito alla Galleria Rubin, con il coordinamento dell’operazione museale affidato a Daniel Sluse, per l’Europa, e a Jean Toschi Marazzani Visconti rappresentante per l’Italia di ADGY/Freestart, impegnato nella sensibilizzazione del pubblico cinese sulle espressioni artistiche del mondo e promotrice dell’operazione, di rilanciare e firmare un accordo per ulteriori mostre, residenze e ricerca di sbocchi commerciali a tutto vantaggio degli artisti italiani.
Per celebrare la chiusura dell’evento nella capitale cinese, il 26 marzo la galleria Rubin esporrà nei suoi spazi milanesi una mostra intitolata Milano-Pechino, alcune opere rappresentative del lavoro degli artisti presenti al Guardian Art Center.

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6 Novembre 2017 by James Rubin Lascia un commento

La nuova fiera GrandArt a Milano. Galleria Rubin partecipa con un confronto tra moderno e contemporaneo: Da Congdon a Pajetta e Aimone, da Santosuosso a Fornasieri.

Da molto tempo si osserva nel campo dell’arte contemporanea un abbandono di quelli che per millenni sono stati valori basilari della pratica artistica: la ricerca della bellezza, l’eccellenza tecnica del manufatto, la realtà come punto di riferimento per l’ispirazione creativa (da non confondersi con il realismo). Le opere moderne dei fauves, dei cubisti, dei surrealisti, pur mettendo in discussione l’oggettività della visione, partivano da una concezione classica interpretata con la massima libertà ma rispettosa del codice convenuto nel travaglio secolare dell’arte. E la pittura astratta di grandi maestri come Willem De Kooning o Afro Basaldella era pur sempre una rielaborazione o una sintesi di immagini e colori provenienti dal mondo reale.

Tra qualche giorno apre a Milano una nuova fiera (Grand-Art, 10-12 novembre presso The Mall, Piazza Bo Bardi) che si rivolge a una domanda di arte contemporanea che sia facilmente comprensibile, bella nel senso più ovvio e classico del termine, ed eseguita da artisti dotati di talento e tecnica indiscutibili, sviluppati in anni di studio e di lavoro. Questo senza negarsi la libertà e l’originalità che oggi sono condizione irrinunciabile per parlare di arte.

La fiera presenta gallerie provenienti da ogni parte d’Italia che hanno mostrato attenzione al figurativo, scontando magari un’esclusione da un circuito fieristico o “biennalistico” sempre più allineato su un neo-accademismo internazionale che alla maggior parte delle persone appare oscuro e cervellotico.

Ma che cosa distingue un’attuale visione del reale dal realismo del secolo scorso?

Uno sguardo più consapevole, passato attraverso la surrealtà e la metafisica, attraverso la scomposizione dei contorni fatta dalle avanguardie del novecento, attraverso la dissoluzione della materia della pittura informale; uno sguardo introspettivo, che penetra in ciò che vede, indagando il segreto che lo pone in essere.

Da quest’anno la galleria Rubin, attiva nel contemporaneo dal 1997, proporrà una piccola sezione di moderno. A Grandart verrà data particolare evidenza all’artista americano William Congdon, maestro dell’action painting, capostipite e inventore di uno sguardo insieme penetrante e introspettivo sul reale, maturato attraverso e oltre l’avanguardia, presente con alcuni oli magistrali degli anni 60 e 70. Condurrà inoltre alla riscoperta di Guido Pajetta, ultimo di una dinastia di grandi pittori veneti e di Giuseppe Ajmone, che può essere considerato antesignano di molta giovane figurazione italiana, in particolare lombarda.

Tra i contemporanei saranno presenti i pittori milanesi Letizia Fornasieri, Paola Marzoli e Francesco Santosuosso, il fiorentino Massimo Giannoni, e tra gli scultori la napoletana Paola Margherita.

Letizia Fornasieri, approdata ad uno sguardo stupefacente sul mistero della natura vivente, dopo il suo passaggio graffiante e ferito sul conflitto della città, riprende il tema del paesaggio agreste, su cui si concentra da alcuni anni e che ha avuto il suo culmine con la personale al Museo Diocesano del 2015, seguito nel 2016 da uno stand personale alla Fiera di Bologna. Paola Marzoli dopo anni di osservazioni sui frammenti di un’antichità monumentale e corrosa cerca e coglie luci e colori improvvisi nelle foglie della Terra Santa proseguendo il lavoro con una pittura analitica e secca che indaga rapporti inediti nel reale, oltre la prevedibilità della rappresentazione su base fotografica.

Francesco Santosuosso porta in fiera un furioso mare in tempesta di grande formato, che oltre la visione di Friedrich e di Kiefer diventa un paesaggio totalmente interiore, pur nella sua sorprendente evidenza quasi tangibile di realtà, mentre Massimo Giannoni, in un enigmatico interno di biblioteca, sfonda la dimensione della cultura e dell’architettura con la pienezza materica che lo ha fatto conoscere ben oltre i confini nazionali.

Paola Margherita, infine, introduce un nuovo sorprendente lavoro in fusione di alluminio, un progresso tecnologico rispetto alla classica statua di bronzo. I soggetti fanno pensare a una rivisitazione molto audace dei bambini di Vincenzo Gemito, alle prese con attuali e temerarie evoluzioni di parcour, uno sport praticato nelle periferie e che consiste nel superamento acrobatico di tutti gli ostacoli.

di James Rubin

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6 Febbraio 2016 by James Rubin Lascia un commento

NAZIONAL-POPOLARI O RADICAL-SNOB? IL BELLO HA GIA’ SCELTO CON CHI STARE

A poco più di un mese dall’inizio della fiera di arte contemporanea di Bologna (l’evento si è concluso lo scorso 2 febbraio, ndr) la nostra galleria viene informata che l’artista che avevamo scelto per partecipare a questo evento con una mostra personale si è ammalato seriamente e non sarà in grado di produrre le opere previste per allestire lo stand.
Prima di imbastire questo diario minimo di una singolare vicenda che ci ha portato dal panico, allo stupore, al divertimento e alla grande soddisfazione per un esito non scontato, vorrei fare alcune premesse sulla Fiera di Bologna e su alcuni aspetti dell’arte contemporanea che sono connessi alle manifestazioni di questo genere.
Artefiera, così si chiama la rassegna bolognese, è la più antica, frequentata e apprezzata in Italia, sia per l’impressionante numero di visitatori che per il riscontro commerciale. Azzardo una percentuale ottenuta in modo intuitivo, ma penso che il 90 per cento delle vendite di opere d’arte transiti da manifestazioni fieristiche. Esiste quindi una competizione feroce per essere inclusi e si viene giudicati da un comitato molto severo e selettivo di critici d’arte e galleristi rinomati. Sarò costretto a formare delle categorie un po’ riduttive e grossolane per riuscire a descrivere semplicemente il nostro ambiente dell’arte contemporanea e la stessa fiera e dare un senso al mio racconto. Diciamo che esistono due poli antagonisti, uno nazional-popolare, l’altro radical-snob. Ci sono fiere, artisti, collezionisti e giornalisti del primo e del secondo tipo. L’ala radical-snob, comunque, domina la scena. Il comitato che determina le ammissioni alla fiera di Bologna è piuttosto radical-snob, il pubblico è largamente nazional-popolare ma i clienti che spendono di più sono i radical-snob. La pittura e la scultura figurativa, di cui noi siamo sostenitori, è nazional-popolare. L’arte concettuale, la fotografia di tendenza, e comunque i grandissimi nomi della scena internazionale e dei musei sono radical-snob. I radical-snob vogliono far fuori i nazional-popolari, mentre i secondi vorrebbero solo partecipare. L’artista più nazional-popolare della scuderia Rubin è Letizia Fornasieri. Osa dipingere la mamma, i fiori, le case del quartiere, le mensole del suo lavello in modo quasi naturalistico. I radical-snob ci avversano da anni per questa nostra inspiegabile passione. Vista la forzata rinuncia dell’artista con cui avevamo chiesto di partecipare, proviamo a fare il nome di Letizia Fornasieri in alternativa. Il critico incaricato di decidere esplora il sito della nostra artista e nota con rammarico sulla home page l’immagine di una grattugia con una pera, e mi telefona molto allarmato: devo fornire subito delle altre opzioni. In questi ultimi due anni, però, Letizia Fornasieri, ha sviluppato una nuova pittura decisamente più contemporanea e compatibile con lo spirito radical-snob, e io aggiungo una più aggiornata documentazione al profilo di altri due pittori figurativi della mia scuderia inviando il tutto alla commissione giudicante. Risultato: viene scelta proprio Letizia Fornasieri.
Manca un mese all’inizio della fiera e le opere non esistono ancora. Letizia ha venduto praticamente tutti i quadri della mostra appena terminata al museo diocesano di Milano, incombono le festività natalizie, la sorella Annetta (gravemente handicappata) reclama la sua assidua presenza, le grattugie e i lavelli reali rappresentano comunque un impegno quotidiano che sottrae tempo alla pittura.
In questo dramma autentico Letizia Fornasieri compie il miracolo. I quadri, eccezionalmente belli, sono pronti dodici ore prima della partenza. Sono ancora freschi, dobbiamo fare acrobazie per montarli sui telai e costruire delle armature in legno per distanziare gli imballi dalla superficie.
Il giorno dell’allestimento ci rendiamo conto di essere stati collocati nell’ultima fila del padiglione più isolato della fiera. Al nostro fianco un nostro amico scultore, in bilico tra le due opposte tendenze che abbiamo descritto, ci viene a trovare e rimane stupefatto: “Ma questa è Letizia Fornasieri? Bellissimi!!” Gli artisti sono assai cauti nel giudicare positivamente i colleghi e il suo apprezzamento ci rincuora.
Scattano i giorni della fiera. Nonostante l’infelicissima posizione lo stand è sempre traboccante di gente meravigliata. “Ma chi è??”. Il lavoro è frenetico, siamo assaliti di richieste. Quattrocento opuscoli stampati per l’occasione sono spazzati via e dobbiamo stamparne altri quattrocento per far fronte alla domanda.
Siamo assediati dai nazional-popolari, guardati con curiosità dai radical-snob, letteralmente tempestati dagli studenti d’arte giapponesi e australiani, inquisiti da giovani galleriste londinesi con i capelli viola.
Un ex ministro della Cultura che oggi presiede il principale museo nazionale di arte contemporanea, è condotta dalla gallerista che si trova di fronte al nostro stand a osservare un gruppo di foto molto cupe appese sulla parete esterna del suo, che rappresentano fasi del parto di una donna africana. La accompagna il marito che distoglie per un attimo gli occhi dall’impegnativa visione, gira di alcuni gradi la testa nella nostra direzione, viene abbagliato dai colori e si apre in un sorriso: “Ma a me piace questa!” esclama timidamente mentre l’ex ministro deve riconoscere che il parto va bene, però…. Entrano quindi con un po’ di imbarazzo nel nostro stand abbandonando la nostra collega ed elargiscono complimenti molto schietti, davvero poco ministeriali, gli stessi che riceviamo da giorni in misura tanto sovrabbondante da non poterne più.
Ora, in questo notevole successo di stima, molti notano un paradosso. Quando il pubblico scopre un nuovo grande talento in una fiera, per una specie di riflesso condizionato, chiede subito l’età dell’artista. E quanti anni ha Letizia? Ahimè, sessanta. Questa è una stranezza che non perdonano nè i nazional-popolari, nè i radical-snob. Inoltre, come testimoniano i suoi vecchi cataloghi, esiste un’ulteriore stravaganza. Quando Letizia aveva trent’anni dipingeva come un grande maestro di sessanta e adesso che li ha raggiunti all’anagrafe, ha la spregiudicata disinvoltura di una ventenne. Il pubblico di ogni colore è entusiasta ma perplesso.

di James Rubin
www.ilsussidiario.net

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