È la prima volta che Letizia Fornasieri dipinge l’acqua. Lo fa con un pudore inusuale, senza quella baldanza che da quasi cinquant’anni caratterizza il suo lavoro. Quanta materia, quanto tempo e quanta energia ci sono in un suo quadro? Da un paio d’anni, ogni settimana, la pittrice attraversa la campagna di Rivolta d’Adda per fare visita alla sorella. Quel paesaggio in provincia di Cremona, disegnato dai canali di irrigazione (le rogge) – un sistema antico per regolare il flusso idrico ai campi di fieno e granoturco, controllato ancora a mano da chiuse che i contadini aprono ad orari e a giorni precisi – è diventato per lei un luogo amico, un paesaggio dell’anima. Fa schizzi, scatta foto. Non lo ritrae (per il momento) “dal vero”, all’aria aperta, ma una volta tornata in studio. Sceglie una tela bianca e leggera, dalla grana fine che emerge come uno specchio d’acqua tra i colori ad olio. Dipinge per sottrazione, graffiando la materia per fare affiorare il bianco sottostante e dona profondità al Canale della Muzza moltiplicandone i piani. Le frasche come tende, i fiori e i fili d’erba come pizzi e ricami, in un gioco di chiaroscuro davvero seducente. Appassionata di Willy Varlin e di William Congdon – punti di riferimento di tutta la sua ricerca artistica – Letizia Fornasieri custodisce il gesto del dipingere offrendoci un sentiero di luce per comprendere il reale. La sua pittura affonda le radici in una tradizione ben definita e tocca temi “classici” come il paesaggio, la natura morta, il ritratto. Qual è la sua peculiarità? Non fa nulla per provocare, stupire o divertire, eppure “lascia il segno”. Non va in cerca dell’innovazione, ma dell’autenticità. Il suo modo di dipingere vive ai margini del sistema contemporaneo; non segue le imposizioni del mercato globale che ha ridotto l’arte a comunicazione; Letizia non parla di sé perché ha molto altro da dire; non ha perso l’amore per l’uomo e per la realtà naturale (quella aumentata non le interessa) e sa come raggiungerli. La sua è una retroguardia divenuta avamposto di una paziente opera di salvezza del quotidiano: una roggia, una forsizia, Margherita appisolata, i tram e le case di Milano. II senso può apparire nella forma, prima che nelle parole.
PRIMO MOVIMENTO LECTIO
Osservo a lungo, con calma, Roggia bianca del suo ultimo ciclo pittorico dedicato ai sentieri d’acqua, dipinti nella primavera del 2018. A poco a poco avverto un silenzio profondo (in testa, sotto pelle, all’altezza del plesso solare) e poi una brezza leggera. Sono entrata nel quadro: dopo un mese di piogge la boscaglia lungo le rive è rigogliosa, solcata da invisibili richiami di uccelli in amore, da rapidi fruscii di conigli selvatici e di volpi. La tavolozza è felice: ci sono tutte le sfumature del verde (che nelle lingue del terzo mondo, dal sud America alle Filippine, significa anche blu). L’inquadratura è una finestra aperta sulla campagna di maggio e c’è quasi fresco all’ombra dei pioppi. È la magia della vera pittura, farne esperienza non capita tutti i giorni.
SECONDO MOVIMENTO MEDITATIO
C’è profondità nell’immagine. È complicato spiegarne la bellezza. Che cosa mi dice l’opera d’arte?
La pittura di Letizia è umana, segue le leggi di Natura; è il segno di una pienezza per la quale sono fatta. Lambita dalla luce smaltata di acque cristalline non mi importa se qualcuno mi aspetta al di là della roggia, in fondo al sentiero; qui trovo profonda pace interiore e non vorrei staccarmi più da quel quadro. Accarezzo il pensiero di possederlo, di farlo mio, senza riflettere che esso è già parte di me, perché mi ha rivelato qualcosa di me stessa, una regalità che avevo dimenticato, la nostra storia, la nostra eredità. L’incontro con l’opera d’arte può cambiare la vita. Immersa nell’ombra della roggia di Letizia lodo l’Altissimo e le sue creature. Mi tornano alla mente parole antiche e rassicuranti; i quadri di Letizia mi parlano di acque tranquille e di pascoli erbosi.
TERZO MOVIMENTO ORATIO
«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome».
(dal salmo 23 di Davide).
QUARTO MOVIMENTO CONTEMPLATIO
Davanti a questo “silenzio verde” dipinto da Letizia Fornasieri in una “luce assordante” ascolto la versione del salmo 23 Gott ist mein Hirt composta da Franz Schubert nel 1820 (Opus 132 D. 706. 1/4) e con un esercizio di sinestesia multimediale vedo le note del primo arpeggio zampillare come gocce d’acqua. Gli artisti veri non sono dei sognatori – come molti credono – ma dei terribili realisti.
Marina Mojana
