Dove finisce il paesaggio?
Marco Meneguzzo
Non c’è niente di più irreale di un paesaggio dipinto (forse anche di un paesaggio fotografato…). Lo sapevano bene gli antichi. per cui il paesaggio era un impiccio, o al massimo un simbolo: lo sapevano un po’ meno bene gli artisti dell’Ottocento, che invece del paesaggio avevano fatto la loro bandiera, in una specie di “democratizzazione del vedere” e di estetica della natura, divenute poi appannaggio pieno della fotografia trionfante: se ne curavano poco gli artisti delle avanguardie, per cui il paesaggio era al massimo lo sfondo dell’azione, il pretesto del concetto, e a cui veniva spesso sostituita la nozione di “contesto” …eppure, con una tenacia e un radicamento difficilmente riscontrabili in altre tematiche, il paesaggio è traghettato sino a noi, e oggi gode di ottima salute (come mostra, tra l’altro, questa rassegna).
Mai come attraverso il paesaggio ci si accorge di essere figli dell’Ottocento, non tanto nelle forme, quanto nell’analisi dei problemi posti sul tappeto dal paesaggio stesso, a partire dalla sua stessa esistenza come genere. Il paesaggio, di fatto, è il nostro campo d’azione, è quell’altro da sé che ci impressiona e che impressioniamo con la nostra presenza (tanto per ricordare ancora il XIX secolo…): non più così disgiunti dal mondo per volontà divina, gli esseri umani interagiscono tra loro, e tra loro e il reale, per cui vale la pena di conoscerlo, questo reale, nella sua presenza fisica, e non nella sua valenza simbolica. Ecco, dunque, il paesaggio. Eppure, per esso all’inizio abbiamo parlato di irrealtà massima… è vero, allora si potrebbe dire che una volta abbandonata la speranza di poterlo conoscere definitivamente (tentativo operato nell’Ottocento, appunto), e comunque partendo da lì, cioè da dati più o meno reali, il paesaggio – anche quello apparentemente più realistico – è la proiezione di un paesaggio, è il desiderio di un paesaggio di cui vorremmo essere gli abitanti, o almeno i viaggiatori. Paesaggio come luogo del desiderio, allora, ma anche come luogo dell’esperienza: non è più la realtà, è un palcoscenico. E poi, c’è il paesaggio italiano. Anch’esso un palcoscenico, ma con qualche peculiarità, rispetto agli altri paesaggi. Per esempio, il paesaggio italiano – così come l’hanno interpretato gli artisti – è quasi sempre un paesaggio urbano, o comunque fortemente antropizzato. Con le dovute eccezioni, infatti, la cultura italiana non ha mai tenuto in gran conto la natura. Non siamo romantici. Anche quando facciamo i giardini – e siamo stati tra i primi… – tagliamo siepi e alberi sino a farli diventare forme geometriche, così come vuole il giardino “all’italiana”…Siamo una civiltà cittadina, e lo siamo da sempre. Per questo non abbiamo subito alcun trauma quando il paesaggio da agreste è diventato urbano, e anche quando Piranesi incideva le rovine romane coperte di vegetazione non ci raccontava della rivincita della natura sull’uomo, ma ancora della grandezza umana, “nonostante” la natura. Così, l’arte italiana del paesaggio è passata dal paesaggio simbolico al concetto di paesaggio, in fondo senza vivere grandi stagioni realistiche o, meglio, grandi stagioni naturalístiche. Anche per questo, la mostra – che ovviamente è “esemplare”, cioè giocata sull’esemplarità di certi artisti, e non sull’esaustività di tutti coloro che oggi indagano il paesaggio – presenta pochissima natura (Frangi), qualche veduta (Guccione, Mariniello, Velasco e ancora Frangi) molta città (Guaitamacchi, Ossola, Papetti, Chiesi, Basilico, Tonelli, Cantafora, La Cognata) persino molti interni (Fornasieri, Ossola, Giannoni), i suoi abitanti (Vitali) e addirittura oggetti (Perino e Vele, Grassino, Di Bello, Bahk Seong-Ghi) o animali (Margherita) per non parlare di una nutrita sezione che altrove si sarebbe definita “astratta” (Uncini, Tirelli, Guerzoni, Mehrkens, lacchetti, Costantini). Certo, nelle scelte e soprattutto nell’idea James Rubin, che ha concepito la mostra e scelto gli artisti, ha abbandonato la nozione tradizionale di paesaggio, per fornirne una versione più allargata, che per approssimazione si potrebbe definire “ambiente” o anche “atmosfera”, o “profumo”…ed è proprio nell’approssimarsi sempre più a questa sensazione che si fa sempre più urgente la domanda su cosa sia il paesaggio, oggi. Forse, per rispondere lucidamente al quesito, è il caso di partire all’inverso, cioè partire dalla verifica dell'”italianità” di questo ambiente. Infatti, il positivo dato sentimentale, emotivo, percettivo che si respira immediatamente, solo scorrendo velocemente le immagini di questi artisti, consente di rispondere che sì, che questa è l’Italia, e che quindi si è rispettato l’assunto iniziale, di presentare il “paesaggio italiano”. In altre parole, non guardiamo più ai dipinti di interni di Fornasieri e Ventura come a un insieme di microstorie individuali, ma come al dato sociale, come al paradigma di un pezzo d’Italia; allo stesso modo, è vero che si possono definire latamente “paesaggio” anche le foto di piscine affollatissime di Vitali (a proposito: tradizionalmente il paesaggio come genere viene meno, non viene cioè più definito come tale, in presenza di un folto gruppo di figure umane, quasi che la presenza nutrita dell’uomo releghi sullo sfondo ogni altra cosa: di fronte alle storie umane, le storie dell’ambiente si fanno da parte), ma in questo caso specifico esse marcano ancor più questo loro aspetto, perché il “paesaggio” italiano è diventato la “scena italiana”; ma la prova più chiara di quanto andiamo dicendo — che la nozione di paesaggio è mutata… – l’abbiamo quando consideriamo uno qualsiasi degli artisti “astratti” scelti per la rassegna — lacchetti o Tirelli, ad esempio… -: sono sicuro che nessun visitatore si scandalizzerà nel vedere raccolti sotto la categoria del paesaggio anche alcuni quadri monocromi, perché in essi riconoscerà una peculiarità cromatica di questo Paese. Ora, non è assodato e non è neppure necessario che l’artista nel realizzare le sue opere abbia pensato, che so, agli intonaci pompeiani, o ai muri dei paesi liguri, ma è sufficiente che venga posto sotto l’ala ideale del paesaggio perché nella mente di chi guarda acquisti pure queste caratteristiche. Questo la dice lunga sulla forza evocativa del concetto di paesaggio, che anche con questa mostra si sta prendendo grandi rivincite su chi lo aveva dato per spacciato come “genere” artistico (di fatto, anche gli altri due “generi” fondamentali, la “figura” e la “natura morta”, a volerli considerare in una loro versione allargata, stanno ancora permeando tutta l’arte…): semmai, il pericolo è inverso, ed è che il concetto non abbia confini, che abbracci ogni cosa. Se, cioè, tutto può essere inserito nella categoria del paesaggio, questo cessa di essere una categoria, e diventa il “tutto”, cioè la categoria delle categorie, il genere dei generi e, di fatto, non serve più…questa mostra corre coscientemente anche questo rischio, ma se ne libera nel momento in cui al paesaggio avvicina un aggettivo, un attributo: è il “paesaggio italiano”, ed è questa condizione storica e culturale a generare il confine, a ergere quelle strutture intellettuali “finite”, che consentono la verifica della validità degli assunti generali. Una mostra sul paesaggio, senza aggettivi, sarebbe impossibile… Dunque, la verifica si fa sul concreto, vale a dire sulle opere, che sono state investite del ruolo di esemplarità della scena italiana, e che consentono di stabilire una serie di relazioni interne che vanno molto al di là della categorie tematiche – interni , vedute, monocromi… – o costruttive – pittura, fotografia, scultura…- entro cui sono costrette. In questo senso, l’assunto critico del curatore vive di un duplice movimento, apparentemente opposto: da un lato si allarga il concetto generale, si riforma lo statuto tradizionale del paesaggio, includendovi ciò che sino a pochi decenni fa non si sarebbe potuto includere, ma per giustificare questo allargamento pericoloso (il pallone potrebbe scoppiare…) si “chiede” alle opere, altrimenti non definibili come paesaggio, di interpretare questa nuova parte. E ci riescono. C’è qualcuno che potrebbe affermare che la camera del padre , dai contorni sfumati non faccia parte del “paesaggio italiano”? O che quell’interno di officina, dove si sente l’odore del ferro e dell’olio, quasi sempre in penombra per essere in uno scantinato con finestre quasi sempre rese opache dalla polvere oleosa che nessuno pulisce, non è mai entrata nel nostro orizzonte? O che la vecchia Fiat Cinquecento (che si chiamava “Nuova 500”) non sia stato il complemento paesaggistico urbano di ogni città d’Italia, così come il campo di papaveri intorno a Parigi non era la Francia di Monet? Così, nel momento in cui lo spettatore si interroga su quale Italia interpretino queste immagini – se un’Italia rurale, o l’Italia del boom, o il sogno dell’industria, o l’imperturbabilità di un colore solare, l’intimismo di un interno dal copriletto steso a prendere aria, o l’edificio un po’ fatiscente di una città che presumiamo di mare, con la salsedine che corrode gli intonaci, o il vagheggiamento aulico di una città ideale, retaggio di una grande storia artistica… – l’obbiettivo è ormai raggiunto: non ci si chiede più se si tratti di paesaggio, ma di quale paesaggio si stia parlando. E, come si è detto, è l’aggettivo a inverare il nome. È l’attributo “italiano” a rendere concreto il nome “paesaggio”. E l’arte ha bisogno di concretezza, è concretezza.
Chi visita oggi il nostro Paese trova una varietà di aspetti contrastanti al limite del paradosso. Oasi di primitiva bellezza convivono con un fitto tessuto produttivo ma anche con la rovina, la degradazione, i segni di un’industrializzazione che è già archeologia. Stiamo ormai vivendo una fase post-industriale che vede sconcertanti metamorfosi urbane e improbabili e sorprendenti ibridazioni tra un passato rurale, classico e monumentale, e forme architettoniche difficilmente classificabili. L’arte del paesaggio, a lungo canonizzata in rigide formulazioni estetiche, subisce un’analoga trasformazione. Oltre alla pittura e alla fotografia, sono sempre più frequenti bizzarre e divertite installazioni che mischiano tecniche con coraggiosa irriverenza e spingono l’occhio a indugiare su aspetti meno rassicuranti e visivamente gratificanti. La mostra allestita nel Palazzo Ducale vuole rendere esplicito questo percorso e affida agli artisti invitati il compito di illustrare, suddivisi in diverse sezioni, le contrastanti realtà dell’ambiente italiano attuale e le diverse sensibilità nel restituire le impressioni che suscita.
James Rubin, curatore della mostra
Whoever visits Italy today finds a variety of contrasting aspects that border on the paradoxical. Oases of natural beauty, alongside a tightly woven industrial fabric – but also ruin and degradation, signs of an industrialisation that is already archeology. We are living in a post-industrial phase which is witness to disturbing urban metamorphoses and improbable and surprising hybridisations of a rural, classical and monumental past, and architectural forms which defy classification. Landscape art, long constrained by rigid aesthetic canons, has seen an analogous transformation. As well as painting and photography, we see more and more bizarre and amusing installations that combine techniques with courageous irreverence and drag the eye towards less reassuring and gratifying aspects. The exhibition in Palazzo Ducale endeavours to make all these metamorphoses explicit and entrusts the artists with the task of illustrating, in the exhibition’s various sections, the contrasting realities of the current Italian “landscape” and their different sensitivity in yielding the impressions it arouses.
James Rubin, curator of the exhibition
