Esistono ampie zone della nostra psiche che sono celate alla coscienza ma possono riemergere grazie a un oggetto, un gesto, una situazione. Per Letizia Fornasieri queste apparizioni, che hanno la facoltà di evocare la più profonda sfera affettiva, sono da sempre al centro dell’indagine artistica e una parte piccola ma significativa è raccolta in questa mostra di quadri recenti arricchita da una piccola selezione di opere “vintage”.
Si tratta di dipinti eseguiti con scioltezza e coraggio necessari a “fermare” sulla tela quei momenti della vita di una persona che hanno un segreto accenno a qualcosa di più grande: rappresentazioni di camere da letto, poltrone, tram, vasi di fiori, improvvise combinazioni di riflessi su un vetro che nascondono un mistero oltre la percezione immediata dello sguardo.
Giovanni Testori, nume tutelare di molta pittura figurativa milanese, insisteva sulla necessità di amare ogni cosa, anche il più insignificante dettaglio della realtà, e Fornasieri accoglie la sua lezione dimostrando una grande attenzione anche per quello che la quotidianità tende a trascurare o escludere. Un atteggiamento molto coinvolto che ci restituisce amplificato e splendente ciò di cui noi abbiamo una vaga consapevolezza, e la memoria di fatti e circostanze che tutti custodiamo nei recessi della mente si risveglia in ogni suo quadro anche quando il contenuto effettivo appare di disarmante semplicità.
Ciò che riaffiora nei dipinti di Letizia Fornasieri è un racconto esistenziale che sembra appartenere al passato dell’arte ma che rimane vivo nel nostro immaginario, legato com’è a un modo molto radicato e tradizionale di intendere la femminilità, la famiglia, i luoghi dell’abitare.
Tematiche di sempre ma lontane dalle proposte artistiche di tendenza. Se pensiamo al “femminile” vengono in mente Tracey Emin, Marlene Dumas e altre pittrici più o meno forti e scabrose che testimoniano un desiderio di rivincita privo di dolcezza. Letizia Fornasieri non propone un’apologia della casalinga da contrapporre alla donna emancipata ma sollecita a guardare la femminilità in un modo diverso, più completo. Ad apprezzarne per esempio la bellezza anche quando l’età e le malattie ne hanno trasformato la fisionomia , come nei toccanti ritratti della madre.
L’arte figurativa contemporanea ci ha messi di fronte a un approccio freddamente analitico dell’ambiente: anche il recente passato del realismo esistenziale di Ossola e Ferroni o la Nuova Figurazione Italiana dei Velasco e Guaitamacchi, se non arrivano alla raggelante precisione descrittiva delle fotografie di Candida Hofer, parlano di luoghi desolati e disabitati. Letizia Fornasieri dipinge oggetti e luoghi silenziosi ma dove è evidente il passaggio dell’uomo, anzi che esistono in virtù dell’ uomo. Sono ambienti e primi piani dove segni inequivocabili di una presenza umana riscattano l’immagine dalla tipologia usurata dell’interno domestico; e la città di Letizia Fornasieri non è una sterminata, geometrica e anonima periferia urbana ma la Milano dei Milanesi. Un groviglio sgraziato e cupo, ricco di un fascino austero che rispecchia una precisa personalità.
Gli artisti di oggi ci parlano assai più di nomadismo, ibridazione, multiculturalismo che dei valori antitetici di radicamento e appartenenza. Letizia Fornasieri prende le distanze da questo atteggiamento: è pienamente identificata con ciò che rappresenta e, senza scadere nel minuto e scontato diarismo, descrive la realtà che conosce attraverso la sua personale vicenda biografica e sociale. Ci offre una visione in cui rispecchiarci che accoglie anche gli oggetti e le atmosfere delle passate generazioni (sedie, tavoli e armadi tanto affettuosamente consunti dai proprietari da esserne diventati una prodigiosa incarnazione) e infonde in queste quiete immagini familiari una forza inconsueta.
In ultima analisi, ciò che caratterizza l’originalità dell’approccio di Letizia Fornasieri, il comune denominatore di tutta l’opera, è la consapevolezza (o la persuasione) che i fatti sono la storia di un dialogo misterioso con il trascendente che merita un’ attenzione costante e rispettosa. Che ci si trovi in casa, nello studio o per la strada l’incontro con una visione degna di essere registrata è sempre possibile. Anche i fiori e le piante, uno dei temi prediletti dell’artista, non hanno nulla di studiatamente messo in posa come in Fantin-Latour o negli altri grandi interpreti del genere. Sono semplicemente elementi del reale nel momento in cui decidono di porsi alla nostra evidenza, parte di un colloquio incessante che la persona intrattiene con il mondo sensibile, piuttosto che l’espressione di un progetto artistico che è diviso per categorie o per soggetti.
Letizia Fornasieri esprime la sua particolare visione anche in termini di tecnica pittorica: il suo stile non ha quella ruvida e asettica asciuttezza dei quadri di Luc Tuymans e dei suoi innumerevoli imitatori che è diventato un “cliché” tra gli artisti emergenti. E’ consapevole, semmai, degli insegnamenti ricevuti dai grandi maestri del Novecento e di quanto la loro lezione possa concorrere nuovamente alla formazione di un’originale personalità artistica. Si ritrova in lei quella morbida disinvoltura che si chiamava un tempo “mestiere” che altro non è che una superiore confidenza con il mezzo. C’è, finalmente, frammisto a tanto grigiore, una generosità nell’uso sensuale ma calibrato del colore, non inteso come elemento cromatico predeterminato ma come risultato di sovrapposizioni e velature che sono proprie ed esclusive dell’arte del dipingere. Vengono in mente Guttuso e Morlotti e, risalendo indietro, la pittura post-impressionista, anche se le autentiche passioni dell’artista sono Varlin e Congdon, costanti e meno ovvi punti di riferimento di tutta la sua carriera.
Non le manca comunque un febbrile desiderio di sperimentare tecniche nuove, di aggiungere al patrimonio di linguaggi conosciuti delle varianti indotte dall’uso della fotografia come nella recente serie di stampe ritoccate, e questo l’ha aiutata a non adagiarsi su una maniera troppo gradevolmente accattivante.
Il valore della “Normalità” (da non confondersi con la banalità) difficilmente trova spazio nell’arte contemporanea, totalmente assorbita dallo straordinario, dal grottesco dall’ipertrofico, in una sempre più assurda e affannosa rincorsa alla visibilità ma anche a un’angosciante estetica di apocalittico pessimismo.
La grandezza di qualsiasi vita umana, “la gloria di una giornata qualunque”, per parafrasare la stessa artista, è la ragione del lavoro di Letizia Fornasieri. I suoi contenuti, la tecnica, persino i titoli, ridanno dignità e spessore alla normalità e ci inducono a riflettere sulla ricchezza di ispirazione che ci regala il mondo più accessibile osservato con calorosa e penetrante sensibilità. E’ un messaggio che ci invita a non liquidare con immotivata presunzione il nostro patrimonio materiale e ideale costituito di minime particelle che si sono accumulate nei tempi lunghi, mentre un baldanzoso e frenetico “cupio dissolvi” rischia di cancellarne ogni traccia senza aprire a una convincente cultura nuova.
